La pandemia ha cambiato il modo in cui osserviamo il nostro volto e quello degli altri

La pandemia ha cambiato il modo in cui osserviamo il nostro volto e quello degli altri

Abbiamo trascorso più di un anno a nascondere le nostre facce dietro le mascherine, ma le abbiamo messe in bella mostra davanti allo schermo del computer, senza renderci conto che la pandemia e la tecnologia stanno modificando la percezione che abbiamo dei nostri volti

15/05/2021 , tempo di lettura 4 MINUTI
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Da un lato le mascherine, con le quali ci copriamo il viso in un modo che fino a un anno e mezzo fa avremmo definito “da fuorilegge”. Dall’altro Zoom, Teams e tutte le app di videoconferenza che mettono il nostro viso in primo piano, rendendolo visibile in tutta la sua naturalezza e imperfezione attraverso la tecnologia. Paradossalmente, ormai ci facciamo vedere in pubblico solo attraverso lo schermo. Quando siamo vicini agli altri i nostri volti rimangono invece coperti da maschere che tutelano la nostra salute ma che ci nascondono agli sguardi altrui. 

Parte da questa riflessione il giornalista Paul Elie, che in un articolo pubblicato sul New Yorker riflette sul modo in cui la pandemia “ha modificato per sempre il modo in cui guardiamo i nostri volti”. 

Prima o poi smetteremo di indossare le mascherine. Negli Usa le regole sono già state allentate per gli incontri all’aperto tra vaccinati e questo primo passo verso la normalità “segna la fine di un momento culturale lungo un anno in cui ci siamo protetti come chirurghi e abbiamo nascosto i nostri volti come criminali”, afferma il giornalista, sottolineando tuttavia che i protocolli di sanità pubblica imposti dalle Autorità per proteggerci hanno avuto un effetto ambivalente: “nello stesso anno in cui abbiamo avvolto i nostri volti all'aperto, li abbiamo messi in bella vista tramite Zoom, Teams e altre app di videoconferenza. E il nostro stare sempre davanti alla telecamera continuerà anche dopo la pandemia grazie alla tecnologia, il cui sviluppo mentre eravamo mascherati è avanzato a passi veloci”. 

Negli anni precedenti a quella che ormai viene definita “l’era Covid”, mettere in mostra il proprio viso implicava la presenza fisica. Colloqui, appuntamenti, feste, tutto avveniva di persona, nella convinzione che il modo migliore per capire gli altri fosse attraverso l’interazione personale e l’osservazione delle loro facce. Il volto umano veniva percepito “come centro del carattere e dell'emozione”. Per questo motivo la tecnologia aveva già sviluppato diversi strumenti che consentivano di “guardarci negli occhi” anche attraverso il computer (Skype e FaceTime sono solo due esempi), poi esplosi durante la pandemia. 

Del fascino della videochiamata parla anche il noto scrittore americano David Foster Wallace nel romanzo del 1996 “Infinite Jest”, una parabola sugli svantaggi della trasformazione tecnologica. Nel libro di Wallace “la videofonia vacilla perché le persone odiano il modo in cui appaiono sullo schermo e finiscono per soffrire di una malattia nota come disforia video-fisionomica. Ben presto gli imprenditori escogitano soluzioni: un trucco tecnologico per migliorare le immagini; una linea di maschere che possono essere indossate per rappresentare diversi stati d'animo, tableaux trasmissibili (forme umane elettroniche mostrate al posto del chiamante) e via dicendo. Tutto questo per assicurare che i chiamanti non potessero vedersi l'un l'altro, proprio come era ai tempi di Bell”, racconta il New Yorker. 

Durante la pandemia, le videochiamate sono diventate una realtà quotidiana, e così anche molti degli inconvenienti previsti da Wallace. Ci prepariamo di tutto punto per sederci davanti al computer, cerchiamo la luce giusta che ci faccia apparire meglio, ricorriamo a filtri che rendono più liscia e luminosa la nostra pelle. Le persone hanno imparato ad osservare i loro difetti tramite lo schermo, si sono rese conto di avere delle imperfezioni specchiandosi sui loro pc e, in alcuni casi, ne sono rimaste ossessionate. Secondo un recente studio della Stanford University effettuato su oltre diecimila partecipanti, lunghi periodi di videoconferenza hanno causato alle donne, in particolare, "ansia da specchio". Sulla scia di questi risultati, l’analisi raccomanda ad organizzazioni e aziende di ridurre le riunioni Zoom e di tenere alcuni meeting senza video. Il mese scorso, la preoccupazione per il burnout da Zoom ha portato l'amministratore delegato di Citigroup, Jane Fraser, a istituire i venerdì “Zoom Free”. 

L’esplosione dei video, afferma il New Yorker, sta avendo forti ripercussioni non solo sulla percezione che abbiamo dei nostri volti, ma anche sulla vita pubblica. Basti pensare all’omicidio di George Floyd: senza il video realizzato da una passante con il suo smartphone non avremmo mai conosciuto la verità e non sarebbe esploso il Black Lives Matter. Ma gli esempi sono molteplici: “dopo anni di resistenza del pubblico alla telemedicina - si legge sulla rivista - i medici ora visitano regolarmente i pazienti in videoconferenza...È così comune ora, quando entri in un negozio o in un ufficio, che qualcuno punti un dispositivo sulla tua fronte per misurare la tua temperatura che non te ne accorgi nemmeno più. Siamo lontani dalle visioni sinistre che si trovano nella narrativa distopica, ma la diffusione della tecnologia di riconoscimento facciale dipende dal fatto che ci stiamo abituando così tanto a far esaminare i nostri volti da non opporre più alcuna resistenza”. Uno sviluppo che sta creando non pochi interrogativi sotto il profilo della sicurezza e della privacy. 

Non indosseremo le mascherine per sempre. Anzi, stiamo già cominciando a non farlo più. “Essere smascherati ti fa sentire bene, naturale, libero, umano. Eppure, mentre il Covid-19 si allontana, il volto umano è più vulnerabile che mai. Senza maschera, scopriremo che i nostri volti sono diventati proprietà comune. Per la tecnologia siamo i nostri volti, che però non sono più solo nostri”, conclude il New Yorker.