Perché il ruolo del giornalista culturale è più importante che mai, secondo lo storico direttore di Radio 3 Marino Sinibaldi

Perché il ruolo del giornalista culturale è più importante che mai, secondo lo storico direttore di Radio 3 Marino Sinibaldi

Le forme di comunicazione tradizionale sono in crisi di riconoscimento e credibilità e ciascuno di noi dispone di una quantità di informazioni prima inimmaginabili. Cresce così l'offerta e la domanda di cultura: per questo chi sceglie, sostiene, racconta prodotti culturali risulta non meno ma più importante che in passato.

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Marino Sinibaldi
10/11/2021 , tempo di lettura 3 minuti
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È stato Clay Shirky ormai più di dieci anni fa a coniare lo slogan che meglio spiega la situazione: la società - disse più o meno - non ha bisogno di giornali, ha bisogno di giornalismo. Cosa intendesse dire è evidente tutti i giorni, nell’enorme quantità di informazioni e opinioni che circolano al di fuori dei circuiti tradizionali. Qui nascono i problemi e le opportunità che abbiamo di fronte, ossia le sfide del nostro tempo. 

Anche solo a guardare il campo più ristretto dell’informazione culturale, infatti, cosa accade? Che le forme di comunicazione tradizionali, quelle affidate essenzialmente alle pagine culturali dei grandi giornali, sono in crisi non solo per il tracollo delle tirature ma per una generale crisi di riconoscimento e credibilitàÈ una centralità che si è ormai quasi del tutto consumata e non può essere sostituita. Perché nessuno sembra avere più la capacità e comunque l’autorità di selezionare, proporre, mediare. E dunque anche questa funzione di intermediazione sembra esaurirsi, come accade in tanti altri campi della vita sociale, dal commercio alla politica.

Questa però è solo una mezza verità: è senza dubbio vero che una quantità di cose che prima affidavamo a funzione specializzate come quella del giornalista possono essere risolte diversamente: informarsi, raccogliere dati, ascoltare opinioni e scambiarle sono attività accessibili per chiunque. Ciascuno di noi dispone più o meno gratuitamente di una quantità di dati e informazioni un tempo riservare e disponibili solo per i cosiddetti professionisti. Però il problema di come orientarsi in questo universo di messaggi e proposte non solo rimane ma è ancora più acuto. Perché nel frattempo è cresciuta enormemente l’offerta di cultura, ossia la proposta di prodotti e consumi diversi, molto più numerosi che in passato per la crescita di nuove piattaforme e nuovi comportamenti. E la stessa domanda di cultura si è diffusa e moltiplicata, distribuendosi in modalità e forme diverse, in un certo senso inimmaginabili e perfino inafferrabili, che tendono ad aggiungersi l’un l’altra più che a sostituirsi.

Da questo punto di vista, qualunque figura si faccia carico di scegliere, sostenere, raccontare i prodotti culturali risulta non meno ma più importante che in passato. In altri campi lo dimostrano fenomeni che è facile stigmatizzare come quello degli influencer ma che altro non sono se non credibili e autorevoli figure di mediazione -soprattutto commerciale, certamente: che il campo della comunicazione culturale ne sia relativamente privo appare dunque un buon segno. 

Ma in modo diverso, c’è bisogno di spazi, figure, funzioni e dunque anche professioni che si facciamo carico di offrire strumenti culturali e linguistici per comprendere le offerte culturali. Che significa qualcosa di diverso dal passato: per esempio, più che rivendicare ed esercitare autorità conta la capacità di connettere e di condividere, di valorizzare la propria esperienza personale, di non rimuovere la soggettività. Tutte dimensioni che richiedono volontà e talento naturalmente, ma soprattutto formazione. Per rispondere a quella domanda di giornalismo di cui la società ha ancora bisogno e che sopravvive a ogni trasformazione tecnologica o culturale.

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