Qualità dei contenuti ed empatia verso il pubblico non sono in contrapposizione, dice Marino Sinibaldi

Qualità dei contenuti ed empatia verso il pubblico non sono in contrapposizione, dice Marino Sinibaldi

L'ex direttore di Rai Radio3, docente del Corso breve di giornalismo culturale, racconta le sfide e le opportunità che attendono chi desidera lavorare nell'ambito dell'informazione di settore

13/08/2021 , tempo di lettura 3 MINUTI
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Trovare nuovi modi per fare sintesi tra due aspetti, apparentemente opposti, come la qualità e l’autorevolezza del contenuto e l’empatia verso il pubblico: è questa la sfida che il giornalismo culturale ha di fronte, secondo Marino Sinibaldi, autore radiofonico e televisivo, ex direttore di Rai Radio3, critico letterario, organizzatore culturale e docente del Corso breve di giornalismo culturale.

“Per raggiungere questa sintesi - afferma Sinibaldi - occorre coltivare la capacità di ascoltare il pubblico in modo attivo e di creare, di conseguenza, relazioni tra persone e contenuti in grado di aumentare la qualità del dibattito allargato che ha preso forma anche attraverso i social”.

Come sta il giornalismo culturale attualmente?

“Soffre di un problema di legittimazione, come sta accadendo ad altri tipi di giornalismo. Come per la politica e il commercio oggi ci sono infatti degli strumenti tecnologici che consentono di superare la mediazione che in passato era tipicamente affidata agli "addetti ai lavori". Inoltre, la pandemia ha ristrutturato pratiche e consumi culturali. Siamo in una realtà nuova che mette in discussione alcuni prodotti e la critica che in passato era legata ad essi”.

Il futuro di questo settore come può essere invece?

“Credo che sia importante individuare in primo luogo le due dimensioni principali che il giornalismo culturale deve affrontare: da un lato fare delle scelte sui contenuti, assumersi la responsabilità di queste scelte e farlo con autorevolezza. Dall’altra, imparare a valorizzare l’elemento della partecipazione. Spesso questi due aspetti sono visti in contraddizione tra loro: la qualità contrapposta all’empatia e viceversa. I fatti però ci dicono che questa presa di parola da parte del pubblico è avvenuta e non tornerà più indietro, quindi la sfida sta nel trovare dei modi per rendere concreta un’esperienza che unisca questi due aspetti”. 

Che cosa chiede il pubblico oggi?

“Per andare incontro alle richieste del pubblico penso che il primo impegno sia quello di capire i desideri e le attese del pubblico stesso e per farlo sia fondamentale entrare in connessione con le persone. Non è un compito facile: in passato la richiesta principale era semplicemente l’essere informati. Il commento era appannaggio del critico. Oggi l’informazione è diffusissima, ma i giornalisti culturali sono mediatori in misura minore perché, ad esempio, un editore comunica i suoi prodotti e le sue iniziative per lo più da sé. Dall’altra, invece, l’opinione oggi è molto comune e - splendore e abiezione insieme - tutte le opinioni sono esprimibili. Il pubblico vuole dire la sua. Per questo credo che il giornalista culturale debba passare attraverso questa sfera di confronto pubblico, altrimenti rischia di essere marginale. Credo che esista spazio per molte cose, probabilmente ancora da immaginare, che possano contribuire a migliorare la qualità di questo confronto, proprio grazie al coinvolgimento del pubblico e dei professionisti dell’informazione. In quest’ambito, mettere in relazione, inteso proprio come relativizzare un’opera culturale, comparandola con altre, è una funzione fondamentale del giornalismo culturale perché aiuta ad apprezzare o a ridimensionare il valore dell’opera stessa”.

Quali sono le competenze necessarie per un giornalista culturale contemporaneo?

“Premesso che alcune di queste sono competenze comuni al giornalismo in generale, in primo luogo direi la curiosità, intesa nel senso più pregnante del termine, quindi la capacità di esaltarla e di stimolarla. La responsabilità, ossia il farsi carico delle scelte di contenuto. Ancora, la capacità di mettere in relazione, applicata in due sensi: uno è quello del creare la relazione, tra produttori di cultura, pubblico e i giornalisti stessi. Il secondo significato, come dicevamo prima, è la capacità di relativizzare. Il giornalista può avere un ruolo primario nell’evitare - a se stesso e al proprio pubblico - di precipitare in universi assoluti, in quelle che comunemente chiamiamo 'bolle di contenuto'. Questo richiede una grande capacità di ascoltare, rispettando il senso di quanto viene detto, riconoscendo il diritto a dirlo, ma anche senza essere subalterni alle affermazioni ascoltate. Tutte queste capacità sono fondamentali per confrontarsi con l’universo dilatato nel quale ci muoviamo oggi”.