Come sarà la comunicazione del futuro secondo Giuseppe Mazza

Come sarà la comunicazione del futuro secondo Giuseppe Mazza

Abbiamo chiesto al direttore creativo - e nostro docente - come si trasformeranno la pubblicità, i media e il pubblico nel futuro più o meno lontano.

Giuseppe Mazza
Giuseppe Mazza
31/01/2022 , tempo di lettura 5 minuti

Giuseppe Mazza ha lavorato per Saatchi & Saatchi, cominciando come copywriter fino a diventare direttore creativo. Le sue campagne di comunicazione hanno vinto molti premi nazionali e internazionali. Nel 2008 ha fondato Tita, l’agenzia pubblicitaria che tuttora dirige. Collabora con il Venerdì di Repubblica e Doppiozero e ha scritto per Cuore, Comix e Smemoranda. Ha vinto il premio Pirella 2019 come comunicatore dell’anno
Ma, soprattutto, è nostro docente per il corso Scrivere per la pubblicità: linguaggi e contaminazioni tra media



Intervista a Giuseppe Mazza

Siamo nel 2032: come sono le pubblicità che vediamo?

Sono meno numerose rispetto a oggi. Il loro tema non è il prodotto ma la sua relazione con il mondo intorno, oppure la responsabilità concreta assunta dall’azienda nelle proprie azioni. Molte trattano temi pubblici, e sono state commissionate con competenza dalle istituzioni. Sono anche molto belle, ciascuna unica e diversa dalle altre, perché si pongono il problema di non far perdere tempo alla gente e non inquinare l’esperienza quotidiana.
Ma qui forse si trascolora nei miei desideri.


La proliferazione di nuovi canali di comunicazione come ha cambiato il lavoro del pubblicitario?

Il cuore della comunicazione non cambia mai. Rimane comunque un incontro tra persone, a qualunque livello tecnologico. Certamente la gamma di linguaggi si è arricchita, un po’ come quando è arrivata la televisione in un mondo che comunicava con stampa, radio e outdoor.
Piuttosto, a essere cambiato è il ruolo del pubblico: non più ricettore passivo. E questo ha notevoli conseguenze, prima tra le quali la perdita di molte certezze da parte degli inserzionisti.


Si può essere buoni pubblicitari per tutti i canali? O è meglio specializzarsi?

Il comunicatore non è un tecnico. È un umanista, lo sappia o no. Che usi un media oppure un altro, il suo compito fondamentale non cambia: creare un messaggio che abbia senso nell’esperienza del pubblico, espresso in modo unico e basato su verità condivise. Di tutto ciò la specializzazione è il contrario esatto. E soprattutto la comunicazione non è mai un risultato matematica.
Naturalmente il messaggio andrà declinato sui vari strumenti e magari può anche essere pensato per le caratteristiche di uno o dell’altro media. Ma con una battuta: nessun pubblicitario ha dovuto diventare un esperto di colle e pennelli quando si sono diffuse le affissioni.


Come si entra nel mondo del lavoro della pubblicità? Che aria tira? È un mercato in espansione  o in crisi?

In un certo senso, è sempre stato in crisi. Lo era già quando ho iniziato, alla fine degli anni Novanta, o almeno così mi si diceva. Al netto delle trasformazioni, per il talento e la voglia ci sarà sempre spazio.


Grazie a Giuseppe Mazza, il nostro docente d'eccezione del corso Scrivere per la pubblicità: linguaggi e contaminazioni tra media


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