Progettare cultura: intervista a Beatrice Sarosiek

Progettare cultura: intervista a Beatrice Sarosiek

Fare cultura significa anche progettare processi di trasformazione sociale e culturale che favoriscano la relazione e lo scambio fra comunità locali, enti del territorio, istituzioni culturali e artisti.

Beatrice Sarosiek
Beatrice Sarosiek
03/05/2022 , tempo di lettura 4 minuti

Beatrice Sarosiek si occupa di progettazione culturale, innovazione sociale, audience development e welfare culturale. Cura processi di trasformazione sociale e culturale che favoriscano la relazione e lo scambio fra comunità locali, enti del territorio, istituzioni culturali e artisti. 

Per questo, per la sua preparazione e la sua expertise, l'abbiamo scelta come docente del nostro corso "Project management culturale: dall'idea al progetto". 



Intervista a Beatrice Sarosiek

La cultura è di tutti - o forse no? Come ci si può assicurare, oggi, che un progetto corrisponda agli standard della cultural democracy?

Premesso che a mio parere non è facile definire degli standard, lavorare nella direzione della cultural democracy richiede un gran lavoro su di sé come professionisti e istituzioni ma anche come cittadini. Necessita di apertura e disponibilità a mettersi in discussione e soprattutto ad ascoltare, interpretare ed accogliere il contesto di riferimento. Un vero e proprio cambio di atteggiamento e modalità di lavoro i cui canoni e confini stiamo ancora costruendo e sperimentando.


I progetti culturali vengono spesso organizzati e messi a terra pensando a un pubblico potenziale da attrarre. Ma chi già vive in un determinato luogo? Quanto è importante, per il successo di un progetto culturale, lavorare con chi veramente vive quel territorio?

Considero il progetto culturale come contributo per realizzare una trasformazione della società, che coinvolga a diversi livelli attori di differenti ambiti e discipline. Un connettore, che metta in sinergia e comunicazione le discipline, il particolare con il generale, il singolo con la comunità, il locale con il globale. Specifici territori con i loro bisogni, caratteristiche, potenzialità, possono diventare contesti di sperimentazione da cui imparare buone pratiche, essere esempi trainanti per nuove direzioni di sviluppo.


Lavori nella progettazione culturale e innovazione sociale da tempo: qual è il progetto a cui sei più legata / di cui sei particolarmente orgogliosa?

Sono affezionata alla maggior parte dei progetti di cui mi sono occupata e di cui mi occupo ad oggi, è difficile sceglierne uno. Ho apprezzato molto le esperienze su più piccola scala, in cui ho avuto possibilità di una conoscenza diretta e approfondita dei destinatari quasi uno ad uno, ma anche le progettualità più ampie con obiettivi più ambiziosi fra cui condizionare politiche e i paradigmi istituzionali. Ogni progetto è una opportunità di relazione con mondi differenti e di sempre nuovi apprendimenti. 

Al momento sono molto concentrata sul progetto Cultural Wellbeing Lab di cui sono project manager per Fondazione Compagnia di San Paolo. Un progetto che vuole contribuire ad un cambio di paradigma promuovendo profonde sinergie e collaborazioni fra il settore cultura e salute, nell’ottica di un vero e proprio sistema di welfare culturale. 

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