Avere o essere un corpo (felice)

Avere o essere un corpo (felice)

Corpo e mente si condizionano reciprocamente: per stare bene, occorre trattare con cura e con gentilezza entrambi

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Olga Chiaia
24/05/2021 , tempo di lettura 3 MINUTI
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Gli esseri umani sono gli unici animali che sono un corpo e hanno un corpo: gli altri sembrano del tutto identificati con la loro manifestazione concreta. Avere un corpo può significare trattarlo come un nemico, o un estraneo, o come un vestito da esibire, o di cui vergognarsi. O come un tempio, il nostro personale tempio. Nostro? O siamo noi a essere suoi? 

Oltre il dualismo cartesiano

Dal dualismo cartesiano mente (o anima) e corpo fatichiamo a uscire. Sono la stessa cosa: siamo menti incarnate (che brutta parola, embodied è meglio). Ogni pensiero è un impulso elettrochimico, ogni contrattura muscolare è un’emozione. La mente non è solo nel cervello, ma nella pancia, nella pelle, nelle relazioni. Siamo un corpo, quando sentiamo e viviamo la perfetta sintonia e integrazione di tutte le parti, un evento non così frequente e costante come vorremmo. Più spesso ci dis-integriamo ed entriamo in un circolo vizioso, per cui il malessere emotivo crea malessere fisico e viceversa. Anche l’immaginazione entra in gioco, con altrettanta potenza della realtà. Quando pensiamo a un evento sfidante, possiamo provare tachicardia come se fosse vero e attuale; se evochiamo una scena erotica, possiamo eccitarci. Il pensiero provoca effetti visibili nel corpo. Analogamente un forte mal di testa modifica la visione della vita, la sindrome premestruale dà ai pensieri una connotazione diversa (e per alcune ragazze “le cipolle in petto”, cioè piangere per niente). Le emozioni, che muovono il mondo, sono il ponte fra la mente il corpo. Siamo più del corpo. Senza Psiche (anima, soffio, respiro), il corpo non è che un cadavere. 

Esseri olistici

Questa visione olistica, cioè globale, considera interdipendenti, correlati i diversi piani su cui viviamo: fisico, emotivo, mentale. E non solo, siamo interconnessi anche con gli altri esseri viventi e con l’ambiente. 
Quando scindiamo il corpo dalla mente, possiamo ritrovarci in conflitto: l’uno si oppone all’altro, come se volessero cose diverse, e non entrambi il nostro benessere globale. La mente vuole, o deve, lavorare, il corpo vuol dormire; la mente vuole conforto nel cibo o nel bere, il corpo vuole rilassarsi o giocare, e non essere invaso da sostanze. In questi dissidi vince il più prepotente, ma perdono tutti perché solo uniti ci si sente bene. Il tempio si danneggia, diventa scomodo, richiede manutenzione e amore.

Leggere il corpo

Non abbiamo potuto sceglierlo, il corpo. Forse non ci sembra che ci assomigli, a volte vorremmo poterlo cambiare come si fa con Photoshop. Per questo è difficile accettare i limiti che ci impone, e imparare ad amarlo e rispettarlo. L’onnipotenza del desiderio si scontra con la sua legge: invecchia, si ammala, ha una data di scadenza nascosta ma impressa. Non si lascia controllare, tradisce. Dopo una certa età riusciamo a leggervi quanto è stato amato, quando era bambino, e dopo, da noi. Le mille autobiografie possibili, che sappiamo, che ci raccontiamo, sono scritte sul corpo. C’è il passato, il presente, i futuri possibili e quelli probabili.
I sintomi sono ricordi nascosti nel corpo, sono memorie implicite, a volte preverbali, quasi sempre inconsapevoli. Il corpo tiene il segno, trattiene emozioni antiche. Le ferite dell’anima si scrivono nelle cellule, e a volte si trasmettono di generazione in generazione. Possiamo ascoltare il malessere del corpo, cercare di tradurre in parole la sua lingua sconosciuta, di decifrare il messaggio che sarà sempre più perentorio finché non verrà colto. Perché è una richiesta di cambiamento. Quindi non dovremmo affrettarci a tacitare con un farmaco il disagio, né delegare totalmente ai medici la gestione del nostro benessere. Si tratta di prendersi cura del corpo, di sé, come si farebbe con un cucciolo.  Ascoltandolo con attenta amorevole accoglienza.  E a nostra volta trasmettendogli un messaggio tranquillizzante. 

Trattiamoci bene

Il corpo sa ripararsi da sé molto meglio di come faremmo noi, ma ha bisogno delle condizioni ottimali per poterlo fare. Una di queste è la gentilezza, la tranquillità, la fiducia. Al contrario, la percezione di una minaccia esterna o interna, reale o immaginata, congela l’attitudine al ripristino dell’equilibrio fisico, e sbilancia il sistema, soprattutto se si cronicizza. Le cascate di cortisolo, poco importa se innescate da pensieri negativi o da stimoli esterni, agiscono come un veleno per le cellule. Per questo motivo il rilassamento profondo è considerata una potente medicina aspecifica, cioè che fa bene a qualsiasi disturbo. Se ad esso uniamo delle autosuggestioni, possiamo attivare al meglio le risorse del nostro corpo, che ci vuole vivi, che ci vuole felici.