Ecco come intelligenza artificiale e scienze umane possono migliorarsi a vicenda

Ecco come intelligenza artificiale e scienze umane possono migliorarsi a vicenda

Lo racconta Marieke van Erp, che guida il Digital Humanities Research Lab del Royal Netherlands Academy of Arts and Science Humanities Cluster (Knaw), l’istituto olandese che lavora sull’avanzamento dei metodi di calcolo per la ricerca umanistica

06/04/2021 , tempo di lettura 3 minuti

“Possiamo e dobbiamo usare le tecnologie di intelligenza artificiale per rendere il patrimonio culturale più accessibile. Non solo per renderlo più facilmente consultabile, ma anche per identificare lacune e squilibri. Penso che qui ci sia una grande opportunità per collaborare con esperti di visualizzazione e data scientist”. Lo ha spiegato Marieke van Erp a Europeana, organizzazione che si occupa della trasformazione digitale del patrimonio culturale. 


Van Erp è alla guida del Digital Humanities Research Lab del Royal Netherlands Academy of Arts and Science Humanities Cluster (Knaw), l’istituto olandese che lavora sull’avanzamento dei metodi di calcolo per la ricerca umanistica. 


La figura di Marieke van Erp è un esempio efficace di come il mondo della tecnologia e quello delle scienze umane possano e debbano incontrarsi e lavorare insieme. Dopo essersi specializzata in Language and Artificial Intelligence, ha lavorato al Naturalis Biodiversity Center, il più grande museo di storia naturale dei Paesi Bassi. “È qui che ho davvero imparato a lavorare attraverso i domini e ho anche capito che c’è così tanto potenziale nella combinazione di queste diverse discipline”, racconta. 


Con il progetto Agora, ha collaborato anche con il Rijksmuseum di Amsterdam (dove si trova la più grande raccolta di dipinti del Secolo d’oro olandese) e il Netherlands Institute for Sound and Vision. “Abbiamo estratto il ‘chi, cosa, dove e quando’ nelle collezioni per creare collegamenti tra gli oggetti in base agli eventi raffigurati o a essi associati”, racconta, lavorando poi anche su “metadati come chi ha creato l’oggetto e quali materiali sono stati utilizzati”. Ora, dice, “spero che l’intelligenza artificiale ci abbia aiutato a scoprire o riscoprire angoli interessanti del nostro patrimonio”.


Il suo lavoro di ricerca attuale si basa su tre filoni. “Il primo è un progetto finanziato da H2020 chiamato Odeuropa, in cui miriamo a rendere consultabile il nostro patrimonio olfattivo”, racconta. Poi ricopre anche la carica di direttore scientifico del Cultural AI lab, una sorta di punto di snodo “tra varie istituzioni di ricerca e di patrimonio culturale nei Paesi Bassi volta a migliorare l’intelligenza artificiale attraverso il patrimonio culturale e migliorare il patrimonio culturale attraverso l’intelligenza artificiale”.


Van Erp spiega infatti che “la conoscenza dello studioso di scienze umane e le fonti archivistiche non vengono utilizzate per migliorare i sistemi di intelligenza artificiale. Con questo laboratorio, invece, vogliamo integrare la conoscenza delle istituzioni del patrimonio nei sistemi di intelligenza artificiale in modo da renderli meno prevenuti e più inclusivi”.


Infine, aggiunge, “sto lavorando con colleghi del Regno Unito, della Norvegia e dei Paesi Bassi a un piccolo progetto finanziato dalla fondazione Alpro per studiare la sostenibilità delle diete olandesi, tedesche e britanniche nel tempo”.


Ma la sfida più grande, ora, per rendere quanto più efficace l’incontro tra intelligenza artificiale e patrimonio culturale sarà “superare i nostri punti ciechi, sia in termini di dati che di tecnologia, e rendere i nostri dati e sistemi di intelligenza artificiale giusti e trasparenti”. 


Ora, dice, c’è un grande interesse “verso il deep learning. Lo vedo con tutti i miei studenti (è la prima cosa che vogliono provare), ma quando abbiamo cose così complesse da comunicare al mondo come il nostro patrimonio culturale, dobbiamo sapere cosa ha fatto il sistema per arrivare a un particolare arricchimento e stabilire un collegamento tra oggetti. E qui bisognerebbe fare un passo indietro e vedere cosa possiamo fare anche con tecniche più ‘antiquate’”. Sapere quando e quali tecnologie usare, insomma, è alla base della nuova alleanza tra nerd e umanisti.