Fake News e censura: un difficile equilibrio per il giornalismo

Fake News e censura: un difficile equilibrio per il giornalismo

Fare da cassa di risonanza alle dichiarazioni fuorvianti dei politici o evitare di pubblicarle rischiando però di incorrere nella censura? Il fact checking potrebbe non bastare e il giornalismo internazionale si trova davanti ad un bivio

19/08/2021 , tempo di lettura 5 MINUTI
Immagine

È giusto pubblicare le fake news dei politici? Si fonda su questo interrogativo il dibattito che sta coinvolgendo centinaia di giornali e migliaia di giornalisti in tutto il mondo in un’epoca in cui per i rappresentanti di istituzioni e governi fare dichiarazioni poco accurate, fuorvianti, se non addirittura totalmente false sembra diventata la nuova normalità. 

Lo scopo, per una politica che somiglia sempre più a un reality show e sempre meno alle vecchie Agorà greche, è quello di attirare l’attenzione dell’elettorato, stare sotto i riflettori mediatici un po’ di più degli avversari, stupire e impressionare il pubblico come se ci si trovasse sul palco di un teatro e non tra i seggi di un Parlamento a decidere del presente e del futuro di una Nazione. 

Dall’altra parte della barricata ci sono i media. Televisioni, giornali, radio chiamati a fungere da mediatori, da filtri, ma che spesso si ritrovano a fare da cassa di risonanza, pubblicando notizie e dichiarazioni poco aderenti alla realtà. A volte succede perché non si verificano bene le fonti e non si svolgono indagini accurate su dati e dichiarazioni. Altre invece perché fino a ieri l’opinione più comune era che non si potessero censurare i rappresentanti dei cittadini e dello Stato.  

Pubblicare sempre e comunque, a prescindere dalla veridicità della notizia, sta però diventando una pratica sempre più rischiosa, soprattutto perché sono più le volte in cui queste pseudo informazioni vengono diffuse senza alcun commento o avvertimento che indichi la loro falsità, che quelle in cui si effettua un’accurata opera di fact checking volta a far emergere la verità. 

Il dibattito sulla necessità di pubblicare o meno le fake news dei politici ed eventualmente su come farlo, è particolarmente acceso negli Stati Uniti dove la sempre più acuta polarizzazione politica tra democratici e repubblicani ha esacerbato il confronto politico, portandolo oltre, molto oltre, il livello di guardia. Da un lato e dall’altro, da anni è partita una gara a chi rilascia la dichiarazione più “ad effetto”, a chi riesce a stimolare le reazioni più forti nell’elettorato, a chi per primo trasforma il confronto in uno scontro senza esclusione di colpi. 

Le 30mila fake news di Donald Trump 

In un contesto già fortemente polarizzato è arrivata la presidenza di Donald Trump. L’ex presidente USA ha letteralmente scardinato i meccanismi della comunicazione politica, spingendosi talmente tanto oltre con le sue fake news e con i toni utilizzati nel pronunciarle/scriverle da terminare il suo mandato nel modo peggiore possibile: l’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill rimarrà una macchia indelebile nella storia democratica americana e, nonostante il No del Parlamento all’impeachment, la maggior parte degli osservatori lo ritiene il principale responsabile di quanto accaduto. 

Allo scopo di comprendere come e perché si sia arrivati a tanto, i fact checker del Washington Post hanno passato in rassegna tutte le dichiarazioni pronunciate da Trump nel corso dei suoi quattro anni da Presidente. Il risultato dell’indagine è spaventoso: “Il conteggio finale della presidenza di Trump: 30.573 affermazioni false o fuorvianti, di cui quasi la metà pronunciate nel suo ultimo anno”, scrive il giornale statunitense, parlando di una “drammatica escalation del tasso di disonestà”, acuitosi soprattutto con l’avvicendarsi delle elezioni del 3 novembre 2020. 

“Trump ha fatto false affermazioni su quasi tutto, grandi e piccoli eventi”, sottolinea il Washington Post, spiegando che, quando si sentiva assediato o in difficoltà, l’ex inquilino della Casa Bianca reagiva cercando di creare una realtà alternativa per i suoi sostenitori e attaccando ferocemente i suoi nemici. 

Ci sono però dei temi su cui Trump ha insistito di più. Quali? Nel 2018 (poco prima delle elezioni di mid-term) il suo argomento preferito era l’immigrazione, nel 2019 ha pronunciato oltre 1.000 affermazioni false o fuorvianti sui contatti (smentiti) tra Joe Biden e l’Ucraina, nel 2020 è arrivata la pandemia e con essa 2.500 dichiarazioni false o fuorvianti sul virus. “Trump ha propagandato metriche fasulle per affermare di aver sconfitto con successo il virus, lanciato ‘cure’ inefficaci e attaccato costantemente l'ex presidente Barack Obama per presunti fallimenti”, elenca il Post, che alla fine di un lungo articolo arriva al discorso pronunciato dal presidente il 6 gennaio davanti al Campidoglio in cui, secondo i fact checker del giornale, in pochi minuti Trump ha fatto 107 affermazioni false o fuorvianti, quasi tutte sulle elezioni. 

La presa di posizione del Plain Dealer di Cleveland 

Mentre giornali e giornalisti si interrogano su quale sia il modo più corretto di agire per arginare le fake news e ridurre il loro impatto sull’elettorato (negli Usa, il 52% dei repubblicani crede davvero che le elezioni del 2020 siano state “rubate” a Trump), c’è chi ha già deciso quale direzione imboccare sia a livello nazionale che locale. Si tratta del Plain Dealer, il principale quotidiano di Cleveland (Ohio), attualmente impegnato a coprire la candidatura del repubblicano Josh Mandel al Senato degli Stati Uniti nel 2022. 

“Mandel ha dimostrato di essere un candidato in grado di dire qualsiasi cosa pur di leggere il suo nome sui giornali. Non abbiamo mai avuto a che fare in precedenza con un candidato come questo a livello statale... Solo perché fa dichiarazioni oltraggiose e pericolose non significa che sia una notizia.”, ha spiegato al Nieman Lab, Chris Quinn, vicepresidente dei contenuti di Advance Ohio ed editore di Cleveland.com

Quinn ha anche raccontato diversi aneddoti che spiegano la linea del suo giornale. Il primo riguarda proprio il candidato repubblicano mandel, che ha sfidato l’editorialista Leila Atassi a un dibattito pubblico sul Covid. Il Plain Dealer ha deciso di rifiutare categoricamente il confronto, motivando così la sua scelta: “Non pubblichiamo consapevolmente affermazioni ridicole e idiote. Mandel non voleva avere un dibattito con la nostra editorialista, ma voleva usare la nostra piattaforma per attirare l'attenzione degli elettori veicolando informazioni palesemente false sul virus”. 

La linea politica del giornale, cui i lettori stanno reagendo favorevolmente, va ben oltre le elezioni del 2022. Un’altro esempio fatto da Quinn riguarda proprio Trump. Durante una manifestazione a Wellington, l’ex presidente ha nuovamente parlato di “elezioni rubate”. Il giornale, coprendo l’evento, ha deciso di non citare nessuna delle sue tante false dichiarazioni, parlando invece dell’impatto che la sua visita può avere sulla corsa al Senato. 

La scure del Plain Dealer però non si abbatte solo sui repubblicani. Recentemente il giornale ha deciso di non pubblicare un’immagine particolarmente impressionante sull’escalation di violenza che sta affligendo Cleveland, diffusa dal candidato sindaco democratico, Dennis Kucinich. “Non c'erano notizie in quell’immagine. Era al 100% una trovata propagandistica. Abbiamo parlato molto delle violenze a Cleveland, l'acrobazia di Kucinich non aggiungeva nulla al dibattito. Quindi abbiamo deciso di non dare eco alla sua bravata”. 

Rischio censura? 

Nonostante la decisione del Plain Dealer possa essere condivisibile, c’è chi si interroga su quale sia il limite oltre il quale il fact checking non dovrebbe spingersi. Secondo molti osservatori infatti, senza regole precise, il rischio è che la preoccupazione per la veridicità e per l’accuratezza dell’informazione si trasformi velocemente in censura. “Quelli che rivendicano il titolo di correttori a servizio dell’esattezza fattuale sono dei militanti che vogliono soprattutto determinare il senso degli eventi, proscrivendo qualsiasi interpretazione che non rientra nelle loro opinioni”, scrive Il Foglio riportando le dichiarazioni del saggista quebecchese Bock-Côté, autore nel 2019 del libro “L’empire du politiquement correct”. 

Bock-Côté sostiene che “I ‘verificatori’ non sono sempre neutri e alcuni si comportano obiettivamente come dei poliziotti del pensiero. Spesso, questi ultimi, hanno come funzione quella di impedire di dire apertamente ciò che il regime cerca di fare discretamente, senza confessarlo, senza rivendicarlo”. 

Secondo questa tesi dunque, la mancanza di neutralità e l’impossibilità di essere al 100% obiettivi può sfociare nella censura, andando contro quella che è la missione principale del giornalismo, vale a dire informare. L’informazione però non ha nulla a che fare con la propaganda e le fake news. Per i giornali internazionali trovare un equilibrio tra queste due anime potrebbe diventare una questione di sopravvivenza.