Fran Lebowitz, storia di una scrittrice e del suo blocco per la scrittura

Fran Lebowitz, storia di una scrittrice e del suo blocco per la scrittura

Martin Scorsese le ha dedicato due documentari: l’ultimo si intitola “Pretend It’s a City”. Per descriverla, meglio immaginarsela come una città. E quella città è New York

19/01/2021 , tempo di lettura 4 minuti

A Fran Lebowitz, Martin Scorsese ha dedicato ben due documentari. Il primo, “Public Speaking”, nel 2010 su Hbo. Il secondo, “Pretend It’s a City”, appena uscito su Netflix. Il regista dice che per descriverla non bisogna immaginarsela come una persona, ma come una città. E quella città è New York, la Grande Mela, dove Fran si è trasferita da oltre 50 anni. La metropoli che nelle sue mille sfaccettature e complessità incarna la personalità poliedrica di questa scrittrice e umorista 70enne, che alcuni critici hanno definito come la moderna Dorothy Parker.


Nata nel 1950 a Morristown, nel New Jersey, da una famiglia di origini ebraiche, Frances Ann Lebowitz sin da bambina sviluppa un amore profondo per la lettura. Tanto da preferire i libri sopra ogni cosa, senza cura per i compiti e le regole dell’ambiente scolastico. E in effetti a scuola – come racconta lei stessa – era tutt’altro che una studentessa modello.


Dopo essere stata espulsa dal liceo, riesce comunque a diplomarsi. E a 18 anni i genitori la mandano a vivere con la zia a Poughkeepsie. Lei rimane lì sei mesi e poi si trasferisce a New York con soli 200 dollari in tasca. In città, comincia a guadagnarsi da vivere scrivendo testi per studenti finché riesce ad affittare, dopo varie peripezie, un appartamento nel West Village. Per mantenersi, intanto, fa i lavori più disparati: donna delle pulizie, tassista, chauffeur, scrittrice porno.


All’età di 21 anni, comincia a lavorare per “Changes”, piccola rivista fondata da Susan Graham Ungaro, quarta moglie di Charles Mingus, con cui Fran divenne grande amica. Poco dopo, ottiene un posto da columnist a “Interview Magazine”, la rivista fondata da Andy Warhol, per la quale cura due rubriche: una intitolata “I Cover the Waterfront”, con cronache generali; e l’altra in cui recensiva film brutti, “The Best of the Worst”. All’epoca nessuno voleva fare lo scrittore – racconta. Tutti volevano essere musicisti o registi. Non trovavano scrittori: ecco perché fu assunta a “Interview”, spiega a Scorsese.


In quegli anni a Manhattan, stringe amicizia con molti artisti. Da Peter Hujar a Robert Mapplethorpe. E soprattutto con Toni Morrison


Lebowitz è una delle prime donne a entrare nei salotti bene del Greenwich Village, diventandone la più grande conoscitrice. Fare le pulizie nelle case dei ricchi le permette di conoscere a fondo gusti e capricci dell’upper class e di scriverne con dovizia di particolari. Nel 1978 “Metropolitan Life”, il suo primo libro, vende 83mila copie e la consacra come scrittrice. Nel 1981, pubblica “Social Studies”. Tutto qui: questi due testi, ad oggi, sono gli unici libri che Fran Lebowitz ha pubblicato (insieme a un libro per bambini del 1994, “Mr. Chas and Lisa Sue Meet the Pandas”). Da allora, il suo editor aspetta il prossimo debutto. Ma nessuno dei lavori che aveva iniziato è mai stato completato.


In un’intervista a David Letterman, Lebowitz coniò un nome per questo blocco: blockade, dall’unione di “block” e “decade”. E del resto perché scrivere – si chiede – quando può passare nove ore di fila a leggere? La sua più grande passione continua a essere la lettura (in casa conserva diecimila volumi). Le poche cose che scrive, le scrive a penna. Non ha il cellulare, né il computer.


Fran Lebowitz è tante cose insieme, proprio come New York. Donna, accanita fumatrice, lesbica – senza però essere mai stata attivista del mondo gay. Nota per il suo dress code con giacche da uomo, jeans, stivali da cowboy e occhiali da vista tartarugati. Martin Scorsese le fece fare un cameo in “The Wolf of Wall Street”. E più volte è apparsa anche nel ruolo del giudice Janice Goldberg nella serie “Law & Order”.


Ha scritto qualche rubrica per Vanity Fair. Ma di base si guadagna da vivere parlando in pubblico, dal vivo o in tv, come recita il titolo del primo documentario di Scorsese a lei dedicato, “Public Speaking”. Il pubblico le pone domande e lei risponde, in modo ironico, pungente, ruvido.


Negli anni Ottanta molti suoi amici morirono di Aids. E quando il New York Times le chiese un articolo sul tema, lei parlò del vuoto culturale lasciato dalla perdita di una generazione di artisti e intellettuali di talento. Critica verso la gentrificazione crescente di New York e l’aumento crescente del costo della vita in città, si definisce una democratica liberale ma non ha mai risparmiato attacchi anche al Partito democratico. 


Quando nel 2016 Donald Trump vince le elezioni, lei commenta con una battuta: “Se c’è un lato positivo di questa storia, è che Trump se ne è andato da New York”.

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