Gli algoritmi possono ricreare la personalità umana?

Gli algoritmi possono ricreare la personalità umana?

Microsoft ha registrato negli Stati Uniti un brevetto per creare un chatbot che rifletta specifiche personalità, da addestrare con il nostro comportamento. Cosa che “apre un vaso di Pandora di implicazioni etiche”

02/02/2021 , tempo di lettura 3 minuti

Nel dicembre 2020, Microsoft ha registrato negli Stati Uniti un brevetto per creare un “chatbot di conversazione di una persona specifica”. Uno strumento di intelligenza artificiale che raccoglie immagini, registrazioni video, partecipazione ai social network, email e lettere per “creare o modificare uno specifico indice che rifletta la personalità dell’individuo”. Affiancato anche dalla possibile creazione di una figura in 2D o 3D. Non si sa per quale ragione – racconta Forbes –  i media hanno subito interpretato questa novità come un tentativo di trovare un modo per parlare con i defunti.

Come si legge nelle note del brevetto, in realtà, l’algoritmo a cui si riferisce Microsoft può essere applicato a “un’entità passata o presente (o una sua versione), come un amico, un parente, un personaggio immaginario, una figura storica”. Quindi non solo ai defunti.


Il primo tentativo di “riportare in vita” un defunto tramite l’intelligenza artificiale risale al 2016. Quando la russa Eugenia Kuyda, co-fondatrice della startup di intelligenza artificiale Replika e specialista in chatbot, ha cercato di “ricostruire” il suo amico Roman Mazurenko, rimasto ucciso durante un incidente, partendo dalla grande mole di messaggi che si era scambiata con lui nel corso degli anni.


Prima di allora, un noto episodio della serie “Black Mirror”, dal titolo “Be Right Back”, raccontava la storia di una giovane donna – Martha – che aveva perso il proprio compagno – Ash – in un incidente, decidendo poi di creare un robot che lo replicasse utilizzando i dati digitali che aveva generato e immagazzinato per tutta la vita.


L’idea alla base è che un avatar digitale di questo tipo, capace di ricreare idiomi, stili di scrittura o anche gesti, potrebbe come nell’esperimento condotto da Kuyda aiutare ad accettare progressivamente una perdita che spesso arriva senza preavviso. Una sorta di aiuto al processo del lutto, alla necessità di un graduale superamento del vuoto. Un modo per mantenere un’illusione di continuità.

Ma l’idea di Microsoft potrebbe essere molto più ampia di uno strumento per restare in contatto con i morti. Sembra invece – spiega Forbes – più un tentativo di concettualizzare ciò che ci rende riconoscibili a livello digitale, un modo per racchiudere le caratteristiche che possono essere catturate dagli algoritmi e che, prese insieme, ci identificano, per poi applicarle a qualsiasi tipo di chatbot. Da lì, gli ingegneri possono utilizzare questo database per addestrarlo a conversare come quella persona, anche se è già morta. O magari potrebbe essere la persona stessa ad addestrare il proprio avatar. 

Dal punto di vista del business potrebbero aprirsi molte possibilità e vedremo cosa accadrà se mai questi chatbot verranno messi in commercio. Ma gli interrogativi che pone la creazione di una personalità tramite un algoritmo spaventano eccome. Proprio come in quella puntata di “Black Mirror”. “Sei solo un accenno di ciò che era lui. Non hai nessuna storia”, dice Martha ad Ash. “Sei l’interprete di qualcosa che lui faceva senza pensare, non può bastarmi ciò che sei!”. 

Tecnicamente, possiamo ricreare chiunque online con i dati che produciamo”, ha spiegato Faheem Hussain, professore presso la School for the Future of Innovation in Society dell’Università dell’Arizona. “Questo apre un vaso di Pandora di implicazioni etiche”.