Il “giornalismo lento” contro l’informazione “mordi e fuggi”

Il “giornalismo lento” contro l’informazione “mordi e fuggi”

Progetti di “slow journalism” sono nati in molti Paesi negli ultimi anni con l’obiettivo di approfondire, tornare sulle notizie date di fretta, contestualizzare e spiegare. Una formula di giornalismo sostenibile

15/04/2021 , tempo di lettura 4 minuti
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Nell’era dell’infodemia, dell’informazione “mordi e fuggi” e della corsa ad arrivare primi, c’è chi propone un modello di giornalismo “lento” per recuperare la qualità dell’informazione. Arrivare ultimi, insomma, diventa un valore aggiunto.  


Progetti di “slow journalism”, sul modello dello “slow food”, sono nati in molti Paesi negli ultimi anni con l’obiettivo di approfondire, tornare sulle notizie date di fretta, contestualizzare e spiegare. Una formula di giornalismo sostenibile, che recupera in realtà i vecchi strumenti del mestiere – del lavoro sul campo e della verifica delle fonti – senza farsi fagocitare dalla necessità dei clic e del numero dei contatti per accumulare introiti pubblicitari.


La rivista “Delayed Gratification” è uno degli esperimenti di maggior successo, nata dieci anni fa. Ma gli esempi sono diversi: l’olandese “De Correspondent” propone una informazione “a lunga scadenza”, che non si esaurisce nella lettura veloce di un titolo sui social; “ProPublica” è diventato un simbolo di giornalismo investigativo americano; nel Regno Unito il caso di “Disegno” ha avuto molto successo; e in Francia esistono “America” e “XXI”.


Anche in Italia il giornalismo lento ha il suo rappresentante con “Slow News”, la testata che ha realizzato anche un documentario sul tema. Il punto di partenza, spiegano sul sito, è stato il libro “Slow News - Manifesto per un consumo critico dell’informazione” scritto da Peter Laufer nel 2014. Slow News ha la sua newsletter a pagamento dedicata ai professionisti della comunicazione e dell’informazione che si chiama Wolf. E in più propone seminari, incontri formativi e dibattiti che vengono spesso autofinanziati o sostenuti da fondazioni ed enti non profit. 


Cos’è il giornalismo lento

Secondo la definizione offerta da Wikipedia nella versione inglese, lo slow journalism è una sottocultura delle news nata dalla frustrazione per la scarsa qualità del giornalismo cosiddetto mainstream. In realtà, si legge su Slow News, “per noi è qualcosa di molto di più di una sottocultura: è una risposta alla crisi del giornalismo tradizionale. È un recupero del giornalismo come servizio alle persone. È un riconoscimento del prodotto giornalistico come contenuto relazionale, secondo un principio che riteniamo molto importante ‘vendiamo relazioni’, non contenuti. Questo significa che fare slow journalism è, prima di tutto, un modo per recuperare le buone pratiche del giornalismo. Poi un modo per adattarle al mondo digitale. Infine, un modo per innovare il giornalismo”.


Alberto Puliafito e Daniele Nalbone hanno scritto per Fandango “Slow Journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?”, in cui vengono raccolte anche le testimonianze di giornalisti stanchi di un ritmo martellante che non fa bene né ai lettori né alla loro professione. “Sono arrivato a contare 150 contenuti pubblicati in un giorno”, raccontano. “Un gioco a perdere tutti, che però tiene in vita un mercato drogato sotto tutti i punti di vista: giornalistico e pubblicitario”.

La caratteristica comune di questi esperimenti di giornalismo lento è che per l’informazione si paga. Sono modelli di business che si reggono quindi non sulla pubblicità, ma su abbonamenti, raccolte fondi o contributi da parte dei lettori.


Cosa non deve mancare in un articolo “slow”

I principi per definire un contenuto “lento” sono i seguenti:

    - verifica delle fonti

    - racconto accurato dei fatti

    - scelta accurata e ragionata del materiale da pubblicare

    - approfondimento

    - indipendenza dall’agenda delle breaking news

    - approccio agli argomenti trattati senza pregiudizi

    - se si parte da una tesi, questa va confermata o confutata a seconda di quello che la realtà offre

    - approccio analitico agli argomenti trattati

    - applicazione delle tecniche narrative non inquinate dall’emotività, ma senza rinunciare alla bella scrittura, anzi, cercando di portare lettrici e lettori dall’inizio alla fine di un pezzo

    - modello di business basato su leve alternative al mercato dell’advertising con eventi dal vivo, donazioni, sottoscrizioni da parte dei lettori, forme di membership (che è diverso dal fare campagne abbonamenti e poi trattare gli abbonati come persone che poi ricevono il “giornale”)

    - contenuti pubblicati quando sono pronti e non quando si deve

    - contenuti che danno alle persone valore aggiunto, valido non solo nell’immediato

Il futuro

Che ruolo avrà lo slow journalism nel futuro? L’esperienza di The Corrispondent, la versione internazionale della testata olandese, non fa ben sperare in realtà. Il progetto ha infatti sospeso le pubblicazioni a gennaio perché non più in grado di sostenere i costi. Nell’annuncio, i fondatori hanno spiegato che le persone nel periodo della pandemia sono più interessate alle notizie contingenti, veloci, con risposte immediate.


È importante notare però che la versione originaria è ancora attiva, a testimonianza che una delle caratteristiche del giornalismo sostenibile potrebbe essere proprio l’attenzione al locale, scrive Tech Economy. Cambiare passo, andare contro la velocità informativa, soprattutto in tempo di emergenza, è davvero così impossibile? Probabilmente no. 

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