Il valore economico della bellezza

Il valore economico della bellezza

Secondo il Market Watch di Banca Ifis, il sistema economico della bellezza contribuisce al Pil italiano per il 17,2%, con 341mila imprese che fatturano oltre 682 miliardi di euro

19/06/2021 , tempo di lettura 4 minuti
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Si può misurare il valore economico della bellezza? A quanto pare, sì. Ci ha provato Banca Ifis (gold partner del Padiglione Venezia all’interno della 17esima Mostra Internazionale di Architettura), che nel suo Market Watch ha stimato che il sistema economico della bellezza contribuisce al Pil italiano per il 17,2%, con 341mila imprese che fatturano oltre 682 miliardi di euro


I numeri

Il rapporto esamina le tre dimensioni che compongono l’ecosistema della bellezza italiano: il patrimonio storico, artistico e culturale, e quello naturalistico e paesaggistico; i servizi collegati (come trasporti e hospitality) e la produzione dei settori del Made in Italy guidati da logiche estetico-funzionali.

Le 341mila imprese attive sono presenti in otto settori produttivi – dall’agroalimentare alla moda, dal design all’automotive – e generano l’11,2% del Pil nazionale. A queste vanno aggiunti i luoghi di interesse da visitare: in Italia – rileva lo studio – c’è un museo, monumento o un’area archeologica ogni 50 chilometri quadrati e sono 128 milioni le persone che ogni anno fruiscono del patrimonio italiano.

I risultati dello studio sono anche diventati un’installazione artistica esposta al Padiglione Venezia della Mostra Internazionale di Architetturacomposta da un piano in vetro di Murano che rappresenta gli attori e i luoghi dell’economia della bellezza, e da fasci Led che rendono visibili le relazioni tra attori e luoghi. 


Tre casi e tre luoghi

Per dare concretezza ai numeri, sono state individuati e raccontati tre case history che corrispondono a tre città/luoghi italiani: Venezia, Bologna e il sistema Emilia-Romagna e Sciacca.

Venezia è raccontata attraverso due casi aziendali legati all’agroalimentare e all’arte profumatoria. Basti solo pensare che quest’ultima affonda le radici in mille anni di storia al femminile con la prima principessa bizantina, Maria Argyros, che riuscì a portare la cultura del profumo in Laguna.

Bologna e il sistema Emilia-Romagna sono invece un esempio di pianificazione strategica di filiera. Il capoluogo ha promosso l’«esperienza urbana» come leva turistica attrattiva, favorendo la share economy e la qualità della ricettività extralberghiera con conseguente incremento dei flussi turistici, di nuove imprese attive nell’hospitality (+10% le imprese di alloggio e ristorazione nel triennio 2015-19) e addetti (+28%). Mentre nell’hinterland industriale emiliano romagnolo sia la Motor Valley sia la più estesa Food Valley sono riuscite, grazie alle eccellenze imprenditoriali, a trasformare i distretti in veri e propri brand di valore internazionale. Che attirano anche i turisti.


Sciacca, comune di oltre 39mila abitanti nella provincia di Agrigento, ha intrapreso invece un percorso di valorizzazione del turista come cittadino attraverso la costruzione di un “Museo diffuso dei cinque sensi” che coinvolge commercianti, tradizioni e hospitality. Grazie a un “patto di comunità”, i cittadini auto-promuovono il loro patrimonio storico, artistico, culturale e gastronomico, diventandone promotori e ambasciatori all’insegna di un turismo empatico.


“La ricerca evidenzia la ricchezza del nostro patrimonio non solo culturale e paesaggistico ma anche imprenditoriale”, ha spiegato Ernesto Fürstenberg Fassio, vice presidente di Banca Ifis. “Un patrimonio in grado di generare un rilevante valore economico e sociale, da preservare e sostenere”. Chi aveva detto che con la cultura non si mangia?


E una delle occasioni storiche per farlo è il Next Generation EU, anche per chi lavora nella cultura. Abbiamo realizzato un corso pensato appositamente per coglierla: Lezioni di economia: sfide e opportunità del Recovery Plan.