Intervista alla giornalista Simonetta Fiori

Intervista alla giornalista Simonetta Fiori

Abbiamo chiesto a una delle più importanti giornaliste culturali italiane come sia cambiato il genere in questi anni, quali interviste hanno fatto la storia e quali siano i segreti del mestiere.

Simonetta Fiori
Simonetta Fiori
17/03/2022 , tempo di lettura 5 minuti

Essere una donna che fa domande non è mai facile, soprattutto quando lo si fa di professione. Abbiamo chiesto alla giornalista culturale Simonetta Fiori, firma di Repubblica da oltre trent’anni, autrice di libri e documentari, di ripercorrere con noi l’intervista come genere e come pratica


Intervista a Simonetta Fiori

Com’è cambiato il modo di fare interviste, se è cambiato, negli ultimi vent’anni?

Il principale cambiamento consiste forse nel tradimento d’un genere che è alla base del giornalismo democratico.  Soprattutto in TV, con alcune eccezioni, gli intervistatori troppo spesso si accontentano della prima risposta, tradendo così il mandato principale che consiste nel mettere a nudo l’intervistato. Sono convinta che possano cambiare le modalità espressive, i mezzi, i linguaggi narrativi, gli strumenti tecnologici, ma il metodo per una buona intervista resta sempre lo stesso.   


Quali sono i suoi consigli – di vita, di lavoro, di metodo – per chi vorrebbe cimentarsi in questa professione?

In un panorama sempre più caotico, segnato da un flusso continuo di notizie, il mestiere del giornalista richiede un’attrezzatura solida, capace di interpretare realtà complesse. Bisogna prepararsi, studiare, tenersi aggiornati. Questo vale naturalmente anche per l’intervista culturale: bisogna sapere tutto dell’intervistato ancora prima di incontrarlo. È anche un modo per entrare in confidenza con il mondo creativo che quel personaggio rappresenta. E più l’intervistato percepisce nelle domande la tua preparazione, più sarà portato a lasciarsi andare e ad affidarsi a te: la fiducia è una condizione importante per un’intervista che aspiri a portare l’intervistato in un luogo in cui non era mai stato prima.      

Durante un’intervista è importante mettersi all’ascolto: di quello che viene detto e soprattutto di quello che non viene detto. E naturalmente occorre disarticolare ogni forma di seduzione intellettuale che l’intervistato potrebbe essere indotto a operare: essendo noi tramite dell’opinione pubblica, è fatale che anche involontariamente corriamo il rischio di stimolare il narcisismo di chi abbiamo davanti. E’ nostro compito spogliare l’interlocutore di qualsiasi maschera convenzionale.    


Quali sono le tre interviste che, secondo lei, hanno cambiato e/o influenzato il genere per sempre?

Ci sono certamente delle interviste che hanno fatto la storia e che hanno lasciato il segno. 

La prima che mi viene in mente è quella fatta da Giampaolo Pansa, sulle pagine del Corriere della Sera nel giugno 1976, al segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer. Allora il legame del PCI, il più grande partito comunista dell’Occidente, con l’Unione Sovietica era ancora molto forte, ma in quell’intervista Berlinguer disse di sentirsi più sicuro in questa parte di mondo sotto lo scudo protettivo della NATO. L’intervista non fu apprezzata dai dirigenti del Partito Comunista sovietico e segnò una svolta, a cui avrebbe fatto seguito lo strappo di Berlinguer da Mosca. 

Una seconda intervista, di cui ancora oggi si parla, è quella di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer nel luglio dell’81 sulle pagine di Repubblica: per la prima volta Berlinguer denunciò la famosa “questione morale”, riferendosi  all’occupazione da parte dei partiti politici dello Stato e di tutte le sue istituzioni, gli enti locali, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV. Un tema che ahimè è ancora molto attuale. 

Una terza intervista storica è sempre di Eugenio Scalfari, ma questa volta a papa Francesco: per la prima volta, un Papa ha scelto come interlocutore non un giornalista legato alla Chiesa cattolica, ma un intellettuale dichiaratamente laico e non credente.  


Quale intervista avrebbe voluto realizzare e non ha potuto farlo? 

Sono diverse, ma nel campo delle interviste impossibili un personaggio che mi sarebbe piaciuto intervistare è Antonio Gramsci: non solo per la sua vicenda intellettuale e politica che ancora ci riguarda, soprattutto nel nesso tra cultura e politica, ma anche per la complessità sentimentale. Pur non essendo di grande prestanza fisica, piccolo e anche gibboso, Gramsci riuscì a fare innamorare di sé le tre sorelle Schucht, sullo sfondo della storia sovietica dominata da Stalin. Quelle alla moglie Giulia restano tra le più belle lettere d’amore del Novecento.


Qual è la sua intervista che ricorda con più affetto od orgoglio? 

Proprio in queste stanze [siamo nella vecchia sede della Casa Editrice] ho intervistato Inge Feltrinelli, a cui con Luca Scarzella abbiamo dedicato un documentario. 

Fotoreporter, protagonista dell’epoca d’oro dell’editoria, timoniera della Casa Editrice dopo la morte di Giangiacomo: una donna dalla vita straordinaria, anche attraversata dal dolore, che Inge Feltrinelli ha scelto di raccontare con generosità e non comune sincerità. È una delle interviste che meglio restituiscono il significato profondo del giornalismo culturale: rimettere in circolo idee e personaggi del passato che hanno anticipato i tempi e sono tuttora bussole irrinunciabili.  

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