Kamala Harris, una storia americana

Kamala Harris, una storia americana

Il percorso della più importante politica americana, dalle lotte per i diritti civili fino alla vicepresidenza.

01/12/2020 , tempo di lettura 8 minuti

“Sono la prima, ma non sarò l’ultima”, ha detto Kamala Harris, vice presidente eletta degli Stati Uniti d’America, in ticket con Joe Biden, la sera dell’8 novembre scorso, quando la vittoria alle elezioni presidenziali dei due candidati democratici è stata di fatto confermata. 

Il riferimento all’essere la prima donna a ricoprire la carica negli Usa e tutto il discorso pronunciato quella sera contengono molta eco della storia personale di Harris che, come ha detto il giornalista Francesco Costa, “somiglia all’America”. Perché è una persona, una professionista e una politica con un curriculum personale e professionale ricco di sfumature, talvolta contraddittorie, di coraggio e di incertezze, sintesi di svariate influenze raccolte e fatte proprie nel corso della vita che la rendono “non convenzionale”, sempre citando le parole di Costa. 


La famiglia di Kamala Harris 

 

Figlia di Shyamala Gopalan, oncologa specializzata nei tumori al seno, trasferitasi dal Tamil Nadu a Berkley per seguire un dottorato nel 1960, e di Donald Harris, oggi professore di economia alla Stanford University, nato in Giamaica e anche lui emigrato negli Usa nel 1961 per studiare a Berkley, è in questo senso un volto dell’America multirazziale.

Date le origini dei genitori, la sua educazione e quella della sorella minore Maya furono caratterizzate sia dalla frequentazione di una chiesa battista sia di un tempio induista.  

Durante la sua infanzia Harris è stata anche, insieme con i genitori che la portarono con loro fin da piccolissima, alle marce e alle manifestazioni per i diritti civili, negli anni in cui la comunità afro-americana chiedeva il riconoscimento della propria uguaglianza rispetto agli americani bianchi. 

All’asilo Harris partecipò a un programma conosciuto come “desegregation busing”, ossia un autobus che, con l’obiettivo di combattere la segregazione razziale nelle scuole pubbliche, la accompagnava in una scuola, insieme con altri bambini di colore, in cui, fino a due anni prima gli allievi erano quasi esclusivamente bianchi. Un percorso, come si può intuire, non facile, considerato che spesso era la polizia a dover scortare gli allievi di colore dentro gli istituti per proteggerli dalle proteste di genitori e non, contrari al programma di integrazione. 


La carriera legale e la sfida per riformare la giustizia 


Dopo aver fatto il liceo in Canada, dove si era trasferita con la madre in seguito al divorzio dei genitori, Harris prende due lauree - in scienze politiche ed economia - alla Howard University a Washington e da lì poi si sposta in California, dove consegue un dottorato in giurisprudenza, iniziando la sua carriera come legale.  

Nel 1998 diventa assistente procuratrice distrettuale a San Francisco e nel 2003 decide, mettendo a frutto l’esperienza fatta in quegli anni e la fama di lavoratrice “qualificata e alacre”, di candidarsi per il ruolo di procuratrice distrettuale, sfidando - in senso letterale -  il suo capo, Terence Hallinan. Sarà la prima donna di colore dello Stato a vincere l’elezione per questa carica con il 56% dei voti, dopo una campagna elettorale intensa. “Erano gli anni ‘90 - sottolinea Costa, nel suo podcast - anni nei quali il rapporto tra le comunità di colore e la giustizia americana era difficile e basato su leggi sempre più dure che si proponevano di reprimere la criminalità”. 

 

Pur proponendosi come una candidata rigorosa riguardo alla necessità di combattere il crimine, Harris fece alcune scelte controcorrente: ad esempio, si dichiarò contraria all’uso della pena di morte e sostenne che la “tolleranza zero” stesse avendo degli effetti deleteri, portando in carcere anche persone che avevano commesso piccoli reati. La conseguenza era che un piccolo furto occasionale si traduceva nell’impossibilità di ottenere un lavoro, una volta scontata la pena, e di conseguenza esponeva queste persone, emarginate a causa dei propri trascorsi, al forte rischio di ricadere nel circolo vizioso della criminalità, incrementando il livello di insicurezza invece di abbassarlo. 

 

Una procuratrice controcorrente 


Harris puntò così nell'affrontare la questione in modo pragmatico, ragionando sul rendere più proporzionate le pene rispetto ai diversi tipi di reati, puntando a rieducare i più giovani che avevano commesso reati più lievi e non violenti. 

L’altro elemento fu il lavoro sulle cause del crimine e non solo sulla repressione: la leva qui fu intervenire sulla frequenza scolastica, partendo dall’osservazione che un alto numero di assenze era collegabile al fatto che quelle persone avrebbero avuto maggiori possibilità nella vita di commettere crimini violenti.  

Il risultato fu, ad esempio, che il numero di condanne per reati lievi aumentò, ma cambiò il tipo di condanne, più mirate, appunto, a rieducare. 

Le sue scelte, però, le crearono non poche difficoltà nel rapporto con la polizia, come quando nel 2004 decise di non chiedere la pena di morte contro i membri di una gang che avevano ucciso un poliziotto. 

 

Dal Senato alla vicepresidenza 


Nel 2010 è eletta per la prima volta procuratrice generale della California, incarico che sarà rinnovato nel 2014 e l’anno dopo inizia la corsa verso il Senato federale, nel quale comincerà il mandato nel gennaio 2017.  

In questa posizione ha continuato a occuparsi del tema della riforma della giustizia, incluso un aspetto delicato e dibattuto nell’opinione pubblica Usa: la revisione dei fondi destinati a finanziare le attività delle forze dell’ordine. Si è schierata con il movimento Black Lives Matter e in parlamento ha dimostrato la sua capacità di essere estremamente incalzante nelle audizioni parlamentari.  

L’ultimo capitolo, in ordine di tempo, è l’elezione a vicepresidente, il frutto di un lungo percorso, meno lineare di quanto possa apparire, perché, benché Harris non provenga del tutto da una situazione di svantaggio, ha comunque dovuto fare i conti con il fatto di essere una donna e di appartenere a una minoranza.  

Un percorso che Harris ha scritto con carisma e pragmatismo, indubbiamente infrangendo una serie di barriere e vivendo, in alcuni casi in prima linea, alcuni dei cambiamenti che l’America ha vissuto in questi decenni.  

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