La centralità dei fattori Esg e la sostenibilità degli investimenti

La centralità dei fattori Esg e la sostenibilità degli investimenti

Considerare i fattori Esg significa non guardare solo al lato economico, ma abbracciare principi più ampi di sostenibilità ambientale e sociale. Il valore economico cresce, ma c’è bisogno di maggiore trasparenza

04/05/2021 , tempo di lettura 4 minuti
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Tre lettere, che rappresentano il cuore di quella che potrebbe essere la transizione ecologica promessa a livello globale. Esg è l’acronimo che si riferisce alle parole inglesi Environmental, Social e Governance, identificando i fattori di impatto ambientale, sociale e di governance di un investimento. Considerare i fattori Esg quando si valuta un investimento, significa quindi non guardare solo al lato economico, ma abbracciare principi più ampi di sostenibilità ambientale e sociale. 


E questo atteggiamento sembra ormai prevalente nell’economia, diventando un elemento centrale anche sulla spinta di dati che mostrerebbero una correlazione positiva tra sostenibilità e performance degli investimenti. Le imprese con un profilo Esg maturo beneficerebbero anche di una maggiore profittabilità a lungo termine e una più efficace mitigazione dei rischi. Ma dietro l’angolo resta sempre il pericolo del “greenwashing”. 


I tre criteri

I fattori ESG si usano per misurare l’impatto degli investimenti, valutando in questo modo la capacità delle imprese di aderire agli standard necessari per un modello di sviluppo etico e sostenibile.

Il criterio “Environmental” si riferisce a numerosi parametri come l’attenzione al cambiamento climatico, alla sicurezza alimentare, al contenimento delle emissioni e alla riduzione dell’utilizzo delle risorse naturali.


Il criterio “Social” 
comprende tutte le decisioni e le iniziative aziendali che hanno un impatto sociale. Si tengono quindi in considerazione elementi come il rispetto dei diritti umani, l’attenzione alle condizioni di lavoro, l’apertura alla diversità, la parità di genere. Senza dimenticare l’attenzione delle imprese al benessere del territorio e delle comunità in cui sorgono. 


Il criterio che riguarda le responsabilità di “Governance” delle aziende ha a che fare con la gestione interna, quindi il rispetto della meritocrazia, politiche di diversità nella composizione del consiglio di amministrazione, il contrasto alla corruzione, l’etica retributiva. Questo criterio permette in ptratica di verificare se
 le azioni e le iniziative di tipo sostenibile adottate dall’azienda si riflettono prima di tutto internamente. 


Esg rating

Il rating di sostenibilità fornisce una valutazione sintetica di un’azienda o organizzazione per quel che riguarda il suo impegno in ambito sociale, ambientale e di governance. Viene elaborato dalle varie agenzie specializzate nella raccolta e nell’analisi di dati, utilizzando svariate fonti, interne ed esterne. E rappresenta un indicatore importante per gli investitori, sempre più attenti a tener conto del reale impatto extra-finanziario che può avere un investimento e dei cambiamenti strutturali sull’economia che può comportare.


Il valore economico

Alla fine del 2020, la massa gestita da fondi di investimento Esg ha raggiunto i 1.700 miliardi di dollari, in esponenziale aumento rispetto a pochi anni fa e pare destinata a crescere – scrive Lavoce.info. Uno studio di Pwc stima che entro il 2025, gli attivi Esg rappresenteranno la maggioranza degli investimenti complessivi dei mutual fund europei, per un valore tra i 5,5 e i 7,6 trilioni di euro.


Quella che pare essere cambiata è quindi la prospettiva con cui il mercato guarda alla relazione tra sostenibilità e processo di creazione di valore: se prima era letta in chiave di mera accessorietà, adesso è considerata come un fattore organico. 


Emerge dunque la consapevolezza che i fattori Esg incidano sul valore finanziario di un investimento nel lungo periodo. Il che è particolarmente evidente per i temi climatici (la E): secondo Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, “rischio climatico significa rischio d’investimento”. Questa posizione è condivisa da molti grandi investitori istituzionali, che hanno aderito all’impegno di raggiungere entro il 2050 la soglia di zero emissioni nette per l’intero portafoglio in gestione. Obiettivo che, secondo Fink, avrà quale conseguenza una significativa riallocazione del capitale e, in ultima istanza, una “completa trasformazione della finanza”Lungo la stessa direttrice si muove anche, tra le altre, la Banca centrale europea, che ha annunciato l’avvio di programmi di stress testing del rischio climatico delle banche


No al greenwashing 

Da questa nuova consapevolezza discende però la necessità di fornire agli investitori un quadro informativo completo e trasparente e indici di misurazione affidabili e omogenei. Il greenwashing, cioè l’affermazione di risultati e obiettivi di sostenibilità non corroborata da elementi concreti e da un impegno genuino, potrebbe ostacolare infatti una piena maturazione del mercato.

Le istituzioni europee hanno adottato a questo proposito regolamenti come il Sfdr-Sustainable Finance Disclosure Regulation, la Taxonomy Regulation e i Low carbon benchmark per identificare criteri uniformi di classificazione di attività “ecosostenibili” e indici di riferimento climatici. 

Resta fondamentale per l’industria finanziaria dare un segnale di autenticità del proprio impegno verso la sostenibilità. I segnali per il momento sono in chiaroscuro. Pri, Principles for Responsible Investments, organizzazione legata alle Nazioni Unite che promuove principi di investimento responsabili a cui aderiscono più di 3mila investitori – che gestiscono complessivamente circa 105.000 miliardi di dollari – ha annunciato di valutare requisiti specifici di voto e di adesione per gli aderenti, dopo che i dati hanno mostrato che solo una minoranza dei soci in realtà eserciterebbe il proprio diritto di voto nelle assemblee delle società di portafoglio in modo coerente ai principi di sostenibilità alla base dello statuto dell’organizzazione.


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