“Per riconoscere le bufale, ragioniamo come gli scienziati”, dice Massimo Polidoro

“Per riconoscere le bufale, ragioniamo come gli scienziati”, dice Massimo Polidoro

Il presidente del Cicap e docente di Comunicazione scientifica terrà il corso “Tecniche per prendere decisioni migliori e sviluppare l’ascolto”, con l’obiettivo di conoscere il funzionamento del nostro cervello e imparare a utilizzare gli strumenti mentali e tecnologici per esercitare il pensiero critico

13/05/2021 , tempo di lettura 8 minuti
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“Fa meno paura pensare che il Covid lo abbiano inventato gli americani o i cinesi per punirsi a vicenda, piuttosto che pensare a un salto di specie dagli animali all’uomo su cui abbiamo perso il controllo”. Massimo Polidoro, presidente del Cicap – Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze – e docente di Comunicazione scientifica ai dottorandi dell’Università di Padova, spiega perché si diffondo e proliferano bufale, fake news e complottismi attraverso il Web. Ma suggerisce anche come comportarsi e agire per evitare di cascarci, contribuendo alla diffusione: “Bisogna iniziare a ragionare un po’ come fanno gli scienziati: di fronte a un’affermazione nuova, non dobbiamo subito pensare che sia vera”.


Per Feltrinelli Education, Polidoro terrà il corso “Tecniche per prendere decisioni migliori e sviluppare l’ascolto”, proprio con l’obiettivo di conoscere il funzionamento del nostro cervello e imparare a utilizzare gli strumenti mentali e tecnologici per ragionare in modo efficace, esercitando il pensiero critico.


Ma partiamo dal principio, professore. Anche con la pandemia da Covid-19 abbiamo assistito alla esplosione di fake news e complottismi, dall’origine del virus ai vaccini. Perché succede ogni volta?
Le bufale e i complottismi sono qualcosa con cui conviviamo da sempre. Già ai tempi dell’impero romano c’era chi metteva in giro false notizie per denigrare i rivali. Basti pensare a Nerone all’indomani dell’incendio di Roma: siccome lo infastidiva la voce che lo indicava come responsabile dell’incendio, pensò lui stesso di creare una fake news per distogliere l’attenzione da sé e incolpare qualcun altro. Pensò cioè di trovare un capro espiatorio nei cristiani, che all’epoca venivano visti come una setta di gente bislacca che venerava un solo dio anziché il Pantheon. Era facile incolparli e quello gli ha permesso di scatenare la prima persecuzione contro i cristiani e allo stesso tempo distogliere l’attenzione da sé. Da allora non sono cambiate moltissimo le cose.

Quello che è molto cambiato, però, sono gli strumenti con cui si diffondono le bufale.

Allora c’era l’editto, poi è arrivata la stampa. Accanto ai testi importanti, già a fine Cinquecento si pubblicavano testi e libelli denigratori nei confronti di qualcuno, pieni di false notizie. Poi sono arrivate la radio, la televisione, il cinema. Tutti questi strumenti sono sempre stati utilizzati per la propaganda e la disinformazione. Pensiamo all’uso che ne hanno fatto i regimi dittatoriali: lo stesso Goebbels diceva se possiedi i mezzi di comunicazione di massa puoi far credere quello che vuoi ai tuoi cittadini.


Oggi le cose funzionano allo stesso modo. Il Web è un sistema di comunicazione meraviglioso. Ti permettere di raggiungere persone che stanno dall’altra parte del mondo, consultare libri di cui esiste una sola copia direttamente da casa tua, ma allo stesso tempo è uno strumento che crea, diffonde e moltiplica false notizie e disinformazione di ogni tipo. Il problema oggi è che le false notizie si possono diffondere in tutto il mondo in un istante e creare danni alla salute o ai processi decisionali. Poi quando si scopre che erano false notizie, il danno è già fatto. Da questo punto di vista, siamo messi peggio di come erano messi i nostri antenati.


In più, sul Web, ognuno finisce per sentirsi in diritto di dire la propria anche senza conoscere un argomento.

I social incoraggiano a esprimere il proprio parere. La cosa va bene, ma va meno bene quando su certi argomenti critico il virologo, l’epidemiologo, l’esperto perché ho visto un video su YouTube o un post su un complotto e mi convinco di avere scoperto la verità che tutti gli vogliono tenere nascosta. Questo ha delle conseguenze sociali rilevanti che portano ad esempio a negare l’esistenza virus o a rifiutare il vaccino.


Certo, anche prima le persone si mettevano a discutere, però lo facevano tra amici al bar. E poi se la sparavano grossa, al bar ti mettevano a tacere e continuavano a giocare a carte. Nel Web, se la spari grossa, hai una bella parlantina e riesci a presentarti come una persona convincente, puoi anche farti un seguito di centinaia di migliaia di persone o addirittura diventare un leader politico!


Ma perché le persone sono così propense ad andare dietro alle storie false?

Perché tutto sommato sono storie che cercano di spiegare fatti difficili, complessi e scomodi, con spiegazioni semplici. È più facile e fa meno paura pensare che il Covid lo abbiano inventato gli americani o i cinesi per punirsi a vicenda, piuttosto che pensare a un salto di specie dagli animali all’uomo su cui abbiamo perso il controllo. È una cosa molto più difficile, sia da spiegare sia controllare. E questo vale soprattutto nel caso in cui la teoria complottistica conferma quelli che possono essere i pregiudizi di tante persone. Molti sono propensi a credere alle teorie del complotto proprio perché trovano sollievo in questo tipo di teorie.


Sembra un paradosso...

Se noi pensiamo che a causare gli attentati dell’11 settembre sia stata una squadra di terroristi armati solo di taglierino, che ha messo in ginocchio il Paese più potente del mondo, è una cosa che inquieta non poco. Molto meglio, allora, immaginare che si tratti di un complotto che si sono fatti in casa da soli gli americani. In fin dei conti è meglio sostenere una storia che dimostra che gli Stati Uniti siano imbattibili e sorvegliano il mondo piuttosto che immaginare che ci sia qualcuno che li metta in crisi. Così come è più confortevole inventare i vari Bill Gates e Soros cattivi che manovrano il pianeta, contro i quali possiamo in linea teorica ribellarci, anziché pensare che in modo assolutamente incontrollato possa scoppiare un’epidemia che colpisce centinaia di migliaia di persone all’improvviso, e noi non eravamo per nulla preparati. Questo è molto più inquietante.


Il sovraccarico informativo a cui siamo esposti facilita questo meccanismo?

È difficile districarsi nella quantità di informazioni che ci raggiungono ogni giorno: sono troppe perché il nostro cervello riesca a elaborarle e valutarle. Ma queste teorie e le false notizie solleticano anche i nostri preconcetti e le nostre ideologie, ci confermano quello in cui vogliamo credere.

Quali meccanismi del cervello si attivano davanti alle bufale?
Questa situazione è un mix di fattori: da un lato c’è l’informazione fatta male e la disinformazione mirata; dall’altro c’è il modo in cui funziona il nostro cervello, che è portato a cercare conferme per quello in cui crediamo e a respingere le prove e i fatti che smentiscono le cose in cui vogliamo credere. Si crea un conflitto nella nostra mente che ci mette a disagio se ci sentiamo dire che quello in cui crediamo è falso, anche se ci mostrano le prove. Anzi, più insistono e più tendiamo a convincerci che è vero quello in cui crediamo. E la bolla dei social alimenta questo meccanismo: nei social sentiamo l’eco della nostra voce, quello in cui vogliamo credere. Si chiamano non a caso anche “camere dell’eco”, dove rimbalzano le stesse opinioni. E quando capita di sentire un parere contrario, questo viene subito visto come qualcuno che è disinformato o addirittura pagato per dire il falso. Non accettiamo che ci possa essere un punto di vista diverso.

Come si può allora esercitare il pensiero critico in questo caos?

Non è per niente facile. Bisogna iniziare a ragionare un po’ come fanno gli scienziati: di fronte a un’affermazione nuova, non dobbiamo subito pensare che sia vera. Se ci girano un video o troviamo qualcosa che ci colpisce, non dobbiamo arrivare subito alla conclusione che allora abbiamo capito tutto. Andiamo invece a verificare se è vera. Dobbiamo chiederci anzitutto qual è la fonte da cui arriva l’informazione, perché non è che chiunque dica la sua ha ragione. Nemmeno se è un premio Nobel: se non porta le prove, gli esperimenti e gli studi per quello che sta sostenendo, il suo parere vale tanto quello di qualcun altro. Bisogna quindi chiedersi chi è la fonte dell’informazione, quanto è credibile e quanta è stata credibile in passato. Ma anche se potrebbe avere secondi fini per dire certe cose.


L’altra cosa che dovrebbe far scattare il campanello d’allarme e generare il sospetto è la presenza di un titolo strillato tipo “Clamoroso” o “Nessuno ne parla”. Magari tutto maiuscolo e con tanti punti esclamativi. Sono tutti titoli studiati per accendere la nostra emozione, per farci arrabbiare, per farci indignare, perché quando la nostra emotività è forte anche la capacità analitica di ragionamento si indebolisce e si spegne. Quindi siamo portati a reagire di istinto, ci arrabbiamo, condividiamo subito quel post contribuendo a diffondere la bufala. E invece dovremmo proprio fermarci quando ci accorgiamo che qualcosa ci fa arrabbiare, perché forse qualcuno si sta approfittando di noi. La lasciamo lì, andiamo a controllare cosa dicono altre fonti di cui ci fidiamo di più e poi decidiamo se condividere o meno quel post.


Quanto conta allora essere formati sin da giovani a individuare e riconoscere le bufale?

È la cosa più importante! Si può perdere una montagna di tempo a smentire le bufale che ogni giorno si moltiplicano, ma è molto più utile investire nella formazione dei ragazzi. Al di là di tutte le nozioni che imparano a scuola, se imparano già da giovanissimi ad avere una mentalità critica e una mentalità scientifica che li porta a farsi questo tipo di domande, a voler sapere e chiedere, a valutare la credibilità delle affermazioni, allora crescono con un modo di pensare razionale che poi li accompagnerà per tutta la vita.