“Riumanizziamo la tecnologia”: parola di futurologo

“Riumanizziamo la tecnologia”: parola di futurologo

Gerd Leonhard (autore di “Tecnologia vs umanità”) spiega che, in un momento in cui il digitale ha invaso le nostre vite, dovremo sviluppare pensiero critico, creatività e immaginazione per rendere il nostro rapporto con le macchine umanamente sostenibile

31/03/2021 , tempo di lettura 3 minuti

All’inizio del 2020, quando la pandemia non aveva ancora stravolto il mondo, il futurologo Gerd Leonhard aveva scritto su Forbes che avremmo assistito presto a un “nuovo rinascimento”, con la vittoria dell’“umanità sulla tecnologia”


Parecchi mesi dopo, quando ormai gran parte delle nostre attività umane si sono spostate sul digitale, Leonhard lo conferma: questo deve essere il futuro. In un mondo ipertecnologico – spiegava nel 2019 – avremo bisogno di nuove capacità per fronteggiare l’ingresso di massa dei robot nel mondo del lavoro, dovremo sviluppare capacità come critical thinking, creatività, immaginazione per rendere lo sviluppo tecnologico “umanamente sostenibile”. Insomma, “dovremo reinventarci, ma non dobbiamo essere negativi. Il nostro obiettivo finale rimane uno solo: rimanere umani”. 


Una lezione valida oggi più che mai, quando studiamo, lavoriamo, facciamo sport e brindiamo davanti a uno schermo. Autore di “Tecnologia vs umanità” (edito da Egea), il futurologo che nel 2016 scrisse una lettera aperta su Wired per richiamare le big tech al valore dell’etica nell’intelligenza artificiale, oggi spiega che la crisi da Covid-19 sta accelerando ciò che era già in nuce prima. Il buono e il meno buono delle nostre società. “Dobbiamo accettare che questo sarà un momento di transizione permanente e perpetuo”, scrive. L’acronimo Vuca, volatilità, incertezza, complessità e ambiguità, almeno per i prossimi 2-3 anni dominerà la nostra quotidianità. Ma forse anche “per l’intero decennio”. 


La totale incertezza sarà il perno delle nostre organizzazioni, quindi resilienza, solidarietà, iper-collaborazione e agilità saranno cruciali. Ecco perché, dice, “l’importanza della vita reale e dell’interazione uomo-uomo è tornata nettamente al centro”


Il rischio, altrimenti, è che vi sia “un’accelerazione globale definitiva che trasforma qualsiasi cosa in digitale e in un ‘tutto remoto’”. Questa tendenza “potrebbe essere il paradiso o l’inferno: tutto dipenderà da come governeremo il progresso tecnologico esponenziale. Determinare un equilibrio sano e sostenibile tra le crescenti capacità della tecnologia e le nostre esigenze umane (così come i nostri limiti) sarà cruciale”, spiega. Dopo tutto, come affermò William Gibson molto tempo fa, “la tecnologia è moralmente neutra finché non la usiamo”.


E se la tecnologia è il grande vincitore in questa pandemia, bisogna imparare a dominarla. La “Zoom fatigue”, il burn out da troppo lavoro domestico sono sintomi del fatto che non lo stiamo facendo. “Da parte mia”, dice, “non vedo l’ora di acquistare un biglietto per un viaggio olografico allo sportello dell’aeroporto di Zurigo, e poi saltare in una configurazione da un milione di dollari che mi trasporta a Pechino giusto in tempo per il mio prossimo keynote, per poi tornare a casa in tempo per la cena”. Eppure, allo stesso tempo, “sono profondamente preoccupato per i pericoli disumanizzanti del ‘too much of a good thing’ (troppo di una cosa buona, ndr)”.


La domanda è: di chi sarà il compito di assicurarsi che tutto questo progresso tecnologico esponenziale rimanga umanamente sostenibile e salutare? “Chi lavora in contatto con la tecnologia”, aveva già spiegato, “dovrebbe fare una specie giuramento di Ippocrate, simile a quello che fanno i medici. Dobbiamo riumanizzare la tecnologia, responsabilizzare le big tech company”.


Ora, dopo l’esplosione digitale avvenuta con la pandemia, la regolamentazione tecnologica dovrà essere sicuramente in cima all’agenda per i prossimi anni, dice. Ecco perché “una leadership forte, informata, chiara e basata sulla scienza oltre che compassionevole è ora assolutamente essenziale, e probabilmente non è una coincidenza che Paesi guidati da donne come Nuova Zelanda, Islanda, Taiwan, Finlandia, Germania e Svizzera se la siano cavata molto meglio nell’affrontare questa crisi”. Forse, conclude, “il futuro è davvero ‘migliore di quanto pensiamo’”.