Come costruire la nuova era della consapevolezza tecnologica

Come costruire la nuova era della consapevolezza tecnologica

Strategie per governare la rivoluzione digitale

Luca De Biase
11/12/2020 , tempo di lettura 4 minuti

Siamo immersi nei media digitali. Oltre quattro miliardi e mezzo di umani vivono in un ambiente attraversato da onde elettromagnetiche segnalate dalle lucine dei loro modem wifi e dalle antenne delle reti cellulari, mentre sotto la superficie delle loro strade, dei loro palazzi e dei loro oceani giacciono innumerevoli chilometri di cavi che trasportano fotoni ed elettroni dedicati allo scambio informazioni: gli schermi dei telefoni o dei computer di quei quattro miliardi di umani sono altrettante finestre su internet, la più grande infrastruttura della conoscenza che sia mai stata realizzata. E che cosa ne sarà degli altri tre miliardi di umani? Non devono far altro che attendere la modernità digitale?

La vita di sei umani su dieci è immersa, dunque, in un ambiente mediatico dominato dalle tecnologie digitali. L’economia ne è stata trasformata. Dalla musica ai viaggi, dall’informazione alla finanza, dalla produzione industriale ai servizi ospedalieri, la tecnologia digitale ha generato cambiamenti profondi. Aprendo possibilità straordinarie e generando rischi importanti.


Capire la rivoluzione tecnologica

Ma per cogliere le opportunità e per contenere i rischi, il passaggio chiave non è tecnologico: è culturale. Le strutture dei media, come suggeriva Marshall McLuhan, sono messaggi e influenzano profondamente lo sviluppo. Guidano le scelte offrendo con i loro menù le alternative più semplici da praticare, riempiono la vita lanciando in continuazione segnali fatti per conquistare l’attenzione, suggeriscono le priorità filtrando per i loro utilizzatori le informazioni che più si adattano alle esigenze di ciascuno, archiviano tutto in giganteschi depositi di dati che poi macchine automatiche processano per prevedere i comportamenti dei gruppi e dei singoli. Trent’anni fa tutto questo era scritto solo nell’immaginazione di alcuni visionari e romanzieri. Oggi è realtà quotidiana. La velocità della trasformazione può aver colto impreparati i sistemi educativi. In molti casi, gli umani si trovano a usare macchine che non comprendono, col rischio di esserne non utenti ma usati.

Quel che è certo è che la distanza tra chi comprende tutto questo e chi non conosce la tecnologia si allarga. E questa frattura, a sua volta, ha conseguenze sociali ed economiche. La polarizzazione che l’epoca del capitalismo finanziario ha avviato è stata accelerata dall’economia digitale. E quell’1% della popolazione mondiale che possiede oltre il 50% della ricchezza segnalato quasi un lustro fa dall’Economist non cessa di assottigliarsi.


Progettare il futuro digitale

Ma il bello del digitale è la sua maneggevolezza. La riprogettazione delle tecnologie non si ferma. I tentativi di sperimentare nuove soluzioni non si contano. Di fronte ai guasti culturali ed economici generati dall’interpretazione speculativa della tecnologia degli ultimi decenni, mentre gli Stati Uniti e la Cina perseguono le loro strategie di potenza, l’Europa indica una strada nuova. È possibile ripensare il processo dell’innovazione in modo tale da liberarlo dall’autoreferenzialità che aveva avviato una rincorsa di gadget senza fine e metterlo al servizio dell’obiettivo di riprogettare l’economia in modo da conquistare una nuova sostenibilità? L’Europa ne è convinta. E guida i suoi cittadini a lavorare in questa direzione. Nello stesso tempo denunciando la scarsità di persone competenti, spingendo i suoi Stati a investire nella preparazione delle loro popolazioni. L’Italia è campione europeo nell’economia circolare, come registra Symbola, ma è l’ultima della classe nelle competenze digitali, come mostra l’indice Desi.

Il passaggio chiave è quello di assumere una consapevolezza: la rivoluzione digitale è in atto e c’è una scelta chiaramente prioritaria per renderla inclusiva e non più causa di polarizzazione, per indirizzarla verso la sostenibilità, per alimentare le opportunità di ciascuno. E la priorità è educativa. Non significa imparare tutti a programmare, anche se serve che molti di più lo facciano. Significa comprendere che ogni aspetto della tecnologia digitale, dalla sua costruzione al suo utilizzo, può essere progettato. La competenza nel mondo digitale serve prima di tutto a passare da una relazione passiva a una relazione attiva con gli strumenti. Il che evidentemente ha bisogno di conoscenze più diffuse non soltanto tecniche ma anche umanistiche: ha bisogno di senso critico, approccio strategico, spirito di collaborazione. Perché la qualità della vita è il suo progetto. Consapevole.

E alla fine, una parte del progetto, deve servire a qualificare anche l’inclusione dei tre miliardi di umani per ora esclusi. L’ipotesi è che per consentire il loro accesso, l’architettura della rete debba essere riconfigurata in modo da moltiplicare le opportunità e limitare i rischi. Perché sia l’accesso non all’epoca della tecnologia ma a quella della consapevolezza.

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