Con i social non si può più improvvisare: parola di Veronica Giuffrè

Con i social non si può più improvvisare: parola di Veronica Giuffrè

Nome e volto del profilo Instagram @icalzinispaiati, terrà il corso “Scrivere per i social: l’efficacia, lo stile, la community”. Con un obiettivo primario: “Trovare la propria voce”

14/09/2021 , tempo di lettura 9 minuti
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Quando si tratta di usare i social network per scopi professionali, vale ormai una regola: non si può improvvisare. “Tutti possono pubblicare un post su Facebook o Instagram. Ma se lo vuoi fare per professione o se vuoi creare una vetrina di comunicazione per la tua attività professionale, o ti affidi a dei professionisti o devi studiare tanto”. Parola della social media manager Veronica Giuffrè, nome e volto del profilo Instagram @icalzinispaiati, dedicato al mondo dell’editoria.


Veronica scrive di libri, ne legge a tonnellate e li racconta in Rete. E per Feltrinelli Education terrà il corso “Scrivere per i social: l’efficacia, lo stile, la community”, in cui svelerà quali sono gli strumenti del mestiere. Con un obiettivo primario: “Trovare la propria voce”.


Insomma, il tempo dell’improvvisazione sui social è finito?

Il fenomeno dei social è esploso negli ultimi tempi, per cui chi li maneggia dalla prima ora – e io sono tra quelli – ha imparato un po’ per curiosità un po’ perché gli interessava. Poi è diventata una professione. Oggi non ci si può più improvvisare senza conoscere almeno le regole di base, che poi non sono tanto diverse dalle regole della comunicazione sul web. Nei social network c’è un livello di accessibilità per tutti, che ne ha fatto lo strumento di comunicazione alla portata di tutti. Non tutti infatti si possono permettere uno spot pubblicitario fatto in un determinato modo, mentre tutti possono pubblicare un post su Instagram o Facebook. Ma se lo vuoi fare per professione o se vuoi creare una vetrina di comunicazione per la tua attività professionale, o ti affidi a dei professionisti o devi studiare tanto”.


Il corso si chiama “Scrivere per i social”. Esiste quindi un linguaggio adatto ai social?
Più che un linguaggio, si tratta di trovare la propria voce per stare sui social. La scrittura è qualcosa che va cucita addosso a chi parla e a chi scrive. È chiaro che i social hanno le loro regole di scrittura. Banalmente, un post su Twitter non può avere più di 280 caratteri. Poi è la voce che riesci a tirare fuori che ti rende più o meno accattivante. Non c’è un linguaggio unico, un esperanto dei social. Anzi, gli esperimenti più riusciti sono quelli di chi ha trovato la propria voce. E quasi sempre o sono influencer o aziende che si sono affidate a dei professionisti che hanno studiato un tipo di comunicazione specifica per loro.

La “voce” di cui parli però varia in base alla piattaforma social che usi.

Ci sono due strade: si può scegliere di essere presenti su un solo social o su tutti. Nel primo caso, o si sceglie il proprio social e si adegua la voce, o al contrario si sceglie il social che si addice di più alla propria voce. Nel secondo caso, scegliendo di essere presente su tutti, si declina il proprio contenuto nelle regole previste dal contenitore. Su Twitter devo essere fulmineo, posso non avere un’immagine e mi affido soltanto al testo. Su Facebook posso dilungarmi di più e posso arricchire il contenuto con una foto, un video ecc.

E sui social prevalentemente “visivi” come Instagram e TikTok?
Più il social diventa visivo, più la parola scritta sembra un accessorio. Nel mio modo di intendere, però, non lo è. Io sono diventata famosa grazie a Instagram non tanto per le foto che pubblico, ma per quello che scrivo. Dipende poi anche dalla nicchia che vai a intercettare. Su Instagram è molto forte la nicchia dei libri, che poi è diventato un mondo vero e proprio. E lì si presta quasi più attenzione alla parola scritta. C’è chi fa belle foto con due righe di didascalia, c’è invece chi utilizza Instagram al contrario, non ha gli eccellenti mezzi per fare belle foto però scrive molto bene. E un lettore se ne accorge.

Ma scrivere non basta. Ci sono le dirette, ad esempio.

Video, testo, foto non sono compartimenti stagni. Sono tanti strumenti di un linguaggio che serve a raccontare un’identità. Ma se non c’è l’identità dietro tutto questo, non serve a niente il castello che si costruisce intorno.


E quanto è importante l’interazione con la community?

Essere presente con una faccia che ti sorride è quello che ti fa fare il passo in avanti. Se smetti di pensare agli utenti come tali e cominci a pensarli come persone, anche loro ti vedono come una persona. Poi tendono ad affezionarsi a te, al tuo modo di parlare, di raccontare. Sicuramente in social come Instagram e TikTok il personaggio vince sopra ogni cosa.

Rispondere o no ai commenti?
Applicherei la regola della buona educazione, per cui se qualcuno ti scrive e ti parla è educato se rispondi. Far sentire alla community che ci sei, che leggi, che apprezzi quello che ti scrivono è importante, fa scattare il meccanismo per cui sono più portati a scrivere perché si aspettano una tua risposta.

E come si gestiscono gli hater?

Il fenomeno degli hater dipende sempre un po’ da come ti poni. La persona che si pone nella maniera più aggressiva si può sempre tentare di arginarla, prima di essere costretti a bloccare o segnalare. Spesso magari sono solo persone che vogliono essere ascoltate.


È utile avere un piano editoriale?

Dipende. Le regole insegnano che se hai un calendario di massima riesci a correre meno il rischio di avere periodi in cui sei molto presente e periodi in cui sparisci e poi devi tornare a dire “siamo tornati”. Un piano editoriale serve nella misura in cui ti fa essere costante e quindi abitua le persone alla tua presenza e a cercarti quando non ti vedono. Serve mantenere una frequenza. Però se non ci fosse anche l’improvvisazione, sarebbe tutto più noioso. Gli utenti si affezionano a chi tende a essere meno costruito possibile. Perché ormai siamo tutti in grado di riconoscere le pizze che si rigenerano della Ferragni e invece chi si mette lì sta seduto sul pavimento e ti racconta cosa gli è accaduto quel giorno. Viene premiata forse di più l’estemporaneità. Però è chiaro che se l’estemporaneità ti fa pubblicare un contenuto ogni sei mesi, non crei la famosa community.


Poi ci sono i contenuti sponsorizzati, che aprono anche il capitolo della gestione economica dei social.

Nel programma del corso questo aspetto non è previsto. Ma è chiaro che non si può fare finta che questa cosa non esista. Anche perché è un elemento che incide molto sulla scrittura. Nel momento in cui si va a sponsorizzare un contenuto, ci sono alcuni argomenti che devono essere trattati in un certo modo. Anche sull’uso di determinate parole, nel momento in cui un contenuto deve essere monetizzato, scattano altre regole. È una cosa di cui devi tenere conto se lo fai in un’ottica professionale. Bisogna un po’ trovare la quadra tra le tue esigenze e le esigenze del famigerato algoritmo della piattaforma che ti ospita.


Ma qual è la regola base alla quale non si può rinunciare?
Sembrerà banale, ma la prima regola quando si scrive è pensare prima a cosa si vuole dire e poi preoccuparsi di come dirlo. La prima domanda da farsi è: cosa voglio dire? E poi: c’è bisogno di questo contenuto? La prima regola che vale sempre quando si lascia una traccia scritta è porsi la domanda se ha senso o no quello che si vuole dire.