Dal debunking al digitale: le nuove competenze del giornalismo politico

Dal debunking al digitale: le nuove competenze del giornalismo politico

Dal celeberrimo “J’accuse” di Emile Zola, il giornalismo politico ha svolto la funzione di watchdog della democrazia. L’avvento del digitale ha però rimescolato le carte in tavola, rendendo necessario lo sviluppo di nuove competenze a partire dal debunking

10/08/2021 , tempo di lettura 6 MINUTI
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Il celeberrimo "J'accuse" di Emile Zola sull’affare Dreyfus, lo scandalo Watergate del duo Bernstein/Woodward costato la presidenza a Richard Nixon, le inchieste de L’Espresso sui verbali Moro, lo scoop del Daily Telegraph sui rimborsi spesa gonfiati dai parlamentari britannici che portò in carcere diversi politici di primo piano. Sono solo alcuni degli esempi più noti in cui il giornalismo politico ha svolto la duplice funzione di “Quarto Potere” e di “watchdog” della democrazia attribuiti a un ramo giornalistico che da sempre viene considerato “più uguale degli altri”, volendo prendere in prestito la famosa definizione di George Orwell. 

Il giornalismo politico ha sempre occupato un posto in prima fila nella storia, raccontando eventi che hanno segnato nel bene e nel male l’evoluzione di interi Paesi, influito su generazioni di persone, rivoluzionato società molto diverse tra loro. Il suo compito parte dall’informare il pubblico su ciò che fanno governi, parlamenti, istituzioni, partiti politici e si spinge molto oltre: analisi, contestualizzazione, interpretazione, commento, mediazione sono solo alcuni dei compiti che i giornalisti politici devono portare avanti nel loro lavoro quotidiano, dentro e fuori dalle redazioni. L’avvento di internet, degli smartphone e dei social network ha nel corso degli ultimi due decenni reso ancora più complicato e delicato il loro ruolo, mettendo a rischio la loro autorevolezza e la loro credibilità, costrette spesso a soccombere in quella che viene ormai chiamata “l’era delle fake news”

L’esplosione del digitale ha inoltre reso necessario lo sviluppo di nuove competenze in un modo in cui l’informazione è sempre meno contraddistinta dalla scrittura e sempre più dominata dall’ibridazione delle forme e delle piattaforme. Un articolo non basta più: per arrivare al pubblico servono immagini, video, grafici, podcast, ma anche stili di storytelling diversi (adatti al mobile, ai social media, al cartaceo). Non solo, il giornalista deve essere anche un comunicatore, una figura che si mette in gioco in prima persona per spingere e convincere il suo pubblico a fidarsi più di ciò che lui/lei dice o scrivere che delle informazioni vaghe e spesso fuorvianti - quando non manifestamente false - che vengono reperite con enorme facilità sui social network. 

Dalla tradizione alla rivoluzione social 

Il giornalismo politico ha una storia antichissima, che parte direttamente con l’invenzione della stampa nel 1440 e arriva fino ad oggi, l’era della disintermediazione e delle fake news. Nella tradizione, i giornalisti in generale e i professionisti che si occupavano di politica in particolare, hanno sempre avuto il compito di fungere da filtro tra quello che i politici dicono e quella che deve essere la notizia da riportare al pubblico. La regola aurea è quella di non limitarsi mai a semplici “virgolettati” che spesso coincidono più con la propaganda che con l’informazione, ma fornire sempre ai propri lettori approfondimenti, dati, interpretazioni e commenti (questi ultimi rigorosamente separati dai fatti nel giornalismo anglosassone) volti a far trapelare la realtà con trasparenza e accuratezza. L’obiettività? Un falso mito da cui il giornalismo si sta pian piano discostato. “È fuorviante pensare che i giornalisti possano essere obiettivi perché, come in tutte le narrative - dalla selezione di quali notizie dare al modo in cui vengono date - c’è sempre un punto di vista, che si porta dietro determinati valori e aspettative”, ha affermato David Weinberger, filosofo, autore e tecnologo della comunicazione in un saggio dal titolo “Transparency: the new objectivity”. 

Oggi il giornalismo politico si trova ad affrontare una sfida quasi epocale: restare in vita nonostante la totale disintermediazione della comunicazione politica causata dall’esplosione dei social network. Per far arrivare il proprio messaggio agli elettori, i politici non hanno più bisogno dei giornalisti, ma sfruttano l’enorme potenza comunicativa dei social network per far trapelare le loro posizioni senza che nessuno possa contestarle o screditarle a priori, il che ha complicato non poco la vita dei giornalisti politici, costretti spesso a inseguire le notizie già diffuse dai diretti interessati e a ricorrere alle indiscrezioni e ai retroscena per continuare a fare il loro lavoro. 

L’era Trump e i giornalisti debunker 

Nel giornalismo politico c’è ormai un prima e dopo Donald Trump. L’avvento alla presidenza degli Stati Uniti del tycoon ha rivoluzionato i meccanismi di funzionamento del giornalismo politico mondiale. Non solo per l'iper utilizzo dei social network (Twitter in particolare) da parte dell’ex presidente, ma soprattutto per l’elevatissimo numero di fake news diffuse direttamente da Trump o collegate alla sua persona. 

Secondo un’analisi della Cornell University effettuata su oltre 38 milioni di articoli pubblicati tra il 1 gennaio e il 26 maggio 2020 sulla pandemia di Covid-19, 1,1 milioni contenevano delle fake news. Il 46% di queste bufale erano di stampo cospirazionista, il 38% conteneva invece riferimenti a Trump, in quanto principale diffusore o amplificatore della fake news di turno. La disinformazione veicolata dall’inquilino della Casa Bianca sull’emergenza Covid ha riguardato soprattutto le “cure miracolose” a base di disinfettanti e luce ultravioletta, passando per l’assurda teoria secondo cui la pandemia sia stata orchestrata direttamente dal partito democratico statunitense per mettere i bastoni tra le ruote al presidente. Per non parlare delle bufale riguardanti la “vittoria a valanga” di Trump alle elezioni di novembre 2020 che hanno portato poi all’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio. 

Molti dei reporter che prima si limitavano a raccontare le azioni e le decisioni della Casa Bianca, dal 2016 in poi si sono dunque per forza di cose ritrovati a fare un altro lavoro: quello di debunker, “sbufalatori” in italiano, allo scopo di sbugiardare ogni giorno (spesso anche più volte al giorno) tutte le fake news politiche, scientifiche ed economiche che venivanodiffuse da Trump o che sulle sue teorie si alimentavano.

Le nuove competenze dei giornalisti politici 

La Lsu University ha messo nero su bianco le competenze tradizionali che un giornalista politico deve possere per fare bene il suo lavoro: “I giornalisti politici hanno bisogno di elevate abilità di scrittura per produrre contenuti accurati, chiari e grammaticalmente corretti. Usano la ricerca e le capacità investigative per raccogliere le informazioni e selezionare le fonti necessarie per i loro articoli e devono avere forti capacità analitiche. È necessaria anche una profonda comprensione dei meccanismi di funzionamento del governo e della politica”, si legge sul sito dell’università che dalle skill specialistiche passa poi alla competenza trasversale più importante per un reporter che si occupa di politica: “la capacità di lavorare in gruppo è un'abilità chiave per i giornalisti politici, poiché spesso lavorano con colleghi giornalisti, editori, fotografi, operatori video e altri professionisti dei media nella produzione di storie”. 

Secondo una ricerca effettuata dal Pew Research Center, nel gennaio del 2021, l’86% dei cittadini intervistati ha dichiarato di informarsi tramite un dispositivo digitale a fronte del 68% che lo fa tramite la TV e del 32% che preferisce ancora i giornali cartacei. Tra i motivi che hanno portato al successo del digitale figurano: la multimedialità, che consente di raccontare storie che promuovono una maggiore empatia, e la convenienza: sull’online le notizie costano meno o spesso non costano nulla. 

A causa della rivoluzione digitale che ha investito il giornalismo, le competenze tradizionali che nel passato venivano richieste ai reporter politici non sono più sufficienti per fornire un’adeguata copertura alle centinaia di notizie che arrivano ogni giorno in redazione. I media digitali le hanno completamente trasformate, moltiplicandole e rendendole più accessibili, ma hanno anche cambiato le skill giornalistiche necessarie per produrle e distribuirle. La conseguenza di questa nuova realtà è chiara: le competenze di giornalismo digitale sono ora indispensabili. 

“I giornalisti devono essere dunque in grado di utilizzare strategicamente gli strumenti di narrazione digitale per connettersi con il pubblico su varie piattaforme. Ciò significa pensare in modo critico e creativo alle migliori forme di comunicazione da usare per raggiungere il pubblico di destinazione”, sottolinea la St. Bonaventure University. Tra le competenze imprescindibili del giornalismo digitale figurano: l’elevata capacità di utilizzo dei principali social media, l’editing audio e video, il saper utilizzare le tecniche della realtà aumentata, l'implementazione di tecniche di scrittura differenti a seconda del mezzo di diffusione dell’informazione. Alla base di tutto però, nonostante gli stravolgimenti e le rivoluzioni che il giornalismo sta vivendo, deve esserci sempre e solo una cosa: la notizia, veicolata in modo approfondito, accurato e trasparente.