Ferite, parole, ritmo: intervista a Marco Balzano

Ferite, parole, ritmo: intervista a Marco Balzano

In preparazione al nostro weekend letterario, abbiamo chiesto allo scrittore di raccontarci il suo rapporto con la scrittura, con la lettura, con la narrazione.

Marco Balzano
Marco Balzano
06/06/2022 , tempo di lettura 5 minuti

Questa intervista è un estratto da quella pubblicata su Arianna, la nostra newsletter, martedì 24 maggio 2022


Intervista a Marco Balzano

Scrivere è un'arte o una tecnica? E chi scrive, quindi, è artista o artigiano?

Non metterei queste due parole in contrapposizione perché si alimentano l’una con l’altra. Forse non è nemmeno possibile scinderle. Non è concepibile, infatti, un artista senza una tecnica, [...] né la sola abilità, se mancano il talento e una caparbia urgenza espressiva, renderebbe la creazione di valore artistico. Porterebbe piuttosto a dar vita a un prodotto, fatto che in sé non ha ovviamente nulla di discriminante. Questa alchimia, dunque, rende l’artista un artigiano e l’artigiano un artista.

Entrambe le parole hanno la stessa radice, -rt, che è anche la stessa di “ritmo”. L’arte è movimento: non un movimento sconnesso, ma armonico e pieno di consapevolezza espressiva. 


La scrittura è sempre in qualche modo autobiografica?

Direi di no. Piuttosto è sempre storica, perché una narrazione implica sempre un contatto con un passato, sia memoria, ricordo o nostalgia. Le storie hanno sempre a che fare con ciò che è accaduto e di cui siamo stati, o ci sentiamo, testimoni. Ma autobiografica direi di no, perché la potenza della scrittura è anche quella di farci uscire dalla nostra dimensione individuale e dal nostro tempo storico. Quante volte abbiamo sperimentato la contentezza di viaggiare con Ulisse o di cavalcare sgangheratamente con Don Chisciotte o di essere sul furgone della famiglia Joad in cerca di lavoro?


Per scrivere bene si deve leggere molto?

È un prerequisito imprescindibile per conoscere quanti modi ci sono per raccontare la stessa storia: quante voci, quante forme, quante parole. Ciò che non perdonerò mai alla scrittura è di avermi tolto tempo alla lettura, che è sempre la prima passione per chi scrive. A questo va aggiunto che noi siamo le parole più grandi che ci hanno preceduto. Senza averle lette e studiate saremmo prigionieri delle nostre parole, fin troppo appiattite sull’uso che ne facciamo e che ne fa il mondo in cui viviamo. Insomma, sarebbe tutto troppo povero per poter assumere uno spessore artistico. 


Tre scrittori che hanno influenzato particolarmente il tuo modo di scrivere, e in che modo lo hanno fatto.

Giacomo Leopardi, l’autore delle "Operette morali" e dello "Zibaldone" ancor più del poeta: la lucidità delle sue analisi sulla condizione umana che si aggrappa all’amore per gli altri anche quando la riconosce come disperata. Trovo il suo messaggio anticonformistico e di grande luminosità. 

Jonh Steinbeck: per la prosa lirica e asciutta, per la riflessione sul lavoro e sul potere, per aver fatto primeggiare il rispetto dell’altro anche di fronte alla sconfitta. "Furore" è insomma il romanzo più bello che abbia mai letto. 

Albert Camus: per tutto ciò che ha scritto, detto, testimoniato. E per come l’ha fatto. È l’autore più compiuto e perfetto che abbia mai messo piede sulla Terra. 


Qual è la tua routine di scrittore? Hai orari, rituali, divieti? Pensi che la routine e la disciplina siano essenziali per poter scrivere qualcosa di valore?

La scrittura ha molto disciplinato la mia vita. Resto disordinato e vagamente anarcoide nella gestione della quotidianità, ma la scrittura mi rende un monaco cistercense. [...] L’estate e l’autunno sono le stagioni in cui scrivo di più, ma non so dire bene perché. 


Nei tuoi ultimi libri ci sono dei temi ricorrenti. Da una parte la condizione di svantaggio dei protagonisti, come per gli abitanti di un paese altoatesino di lingua tedesca durante il fascismo e una famiglia rumena che deva fare i conti con la partenza della madre che va in Italia per lavoro. Dall'altra il tema dello straniero, gli altoatesini di lingua tedesca e i rumeni appunto. Che significato hanno questi temi per te? Li consideri un elemento centrale della tua opera?

Occuparmi di chi è in vantaggio sarebbe come scrivere di chi è felice: le condizioni compiute ed equilibrate non mi sembrano affatto interessanti. Scrivere è affrontare la crisi, ciò che si incrina e che si fa ferita.

Le mie sono per lo più storie familiari di genitori e figli, di coppie, di affetti mancati e di inaspettate solitudini, ma si muovono dentro una cornice storica e politica che è quella dei nostri giorni. A me, da lettore, piace che un libro mi faccia conoscere una situazione che inquadravo in maniera sommaria e superficiale, basandomi magari solo sull’informazione o la cronaca, e che mi spogli dei miei pregiudizi costringendomi ad adottare un punto di vista più complesso e articolato. Mi deve insomma mettere in crisi e obbligarmi a rileggere la realtà.


Perché ci piace scrivere? 

Perché scrivere è oggettivare sulla carta qualcosa che si ha dentro. Il "dentro" è oscuro e informe, ci spaventa. La scrittura ci obbliga invece a un ordine: una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra, con una stringente consequenzialità logica. Vedere su sfondo bianco ciò che ci premeva dentro può essere un sollievo o una soddisfazione e in questo senso scrivere ha sempre valore. Ne vale sempre la pena. 



Dall'1 al 3 luglio staremo insieme seduti in cerchio, come attorno a un fuoco, in un luogo unico e suggestivo, un Monastero Zen immerso nella natura. Dialogheremo con Marco Balzano per scoprire come un’intuizione o un vissuto possano trasformarsi in racconto. Ci confronteremo con Imma Vitelli, che della cura delle parole si occupa per passione e per lavoro. Alla fine del weekend, ognuno di noi avrà messo a punto la struttura di un racconto. 


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