Il manager culturale deve saper progettare ma anche collaborare: lo dice Paolo Verri

Il manager culturale deve saper progettare ma anche collaborare: lo dice Paolo Verri

Come si sta trasformando il lavoro di chi opera nella cultura oggi? Cos’è un prodotto culturale? Lo abbiamo chiesto al manager della cultura Paolo Verri.

Paolo Verri
Paolo Verri
28/01/2022 , tempo di lettura 5 minuti

Direttore del Salone del Libro a soli 27 anni, direttore dell’AIE Associazione Italiana Editori, ideatore del programma “Per un pugno di libri”, direttore del Comitato Italia 150 e di Matera 2019, ma anche l’impegno per la rigenerazione urbana e il piano strategico cittadino: il curriculum di Paolo Verri è incredibile per profondità e successi. Non potrebbe esserci rappresentante della squadra di docenti del nostro Executive program in Cultural Management, in partnership con il MIP - School of Business del Politecnico di Milano.

Il secondo estratto dall’intervento di Paolo Verri al nostro open day: 

La costruzione del percorso del manager culturale risiede nell’ascolto e nella condivisione. Con un caveat: gli eventi hanno delle temporalità specifiche e non possono essere rimandati. 
Avere dei tempi e un budget non è costrittivo rispetto alla creatività, ma è invece condizione essenziale per svilupparla. Come l’artista diviene tale da artigiano, quando gli vengono messi vincoli di tempo e di denaro, così il manager culturale si esprime al meglio non soltanto quando ha un obiettivo, ma anche quando sa quali risorse può spendere e in quanto tempo e quali target deve raggiungere.
Quanto più è preciso il mandato, tanto più è possibile definire il percorso che c’è da svolgere. 

Quello del manager culturale è un tipo di lavoro che tiene insieme una forte componente analitica e una forte componente sintetica, la quale deve esprimersi per prima. 
Dobbiamo avere uno sguardo esatto su ciò che dobbiamo fare, lo dobbiamo mappare e dobbiamo capire esattamente il prodotto finale che vogliamo raggiungere. 

Questa è la fase del sogno, che deve essere messa a valore e sul tavolo. Da lì si risale: dobbiamo definire dove può essere fatto, in quali tempi, con quali risorse, dobbiamo sezionare le diverse fasi e capire che molte si dovranno svolgere in contemporanea, in particolar modo la fase della comunicazione. 
Una parte del lavoro molto importante, forse la più noiosa ma anche la più determinante per il successo, è portare a bordo tutti i soggetti decisori prima che si dia il kick-off ufficiale. 

A Matera, sono entrato in un luogo di cui non conoscevo l’esistenza, il centro di geodesia spaziale: ne esistono cinque al mondo e uno è a Matera. Tutte le notti, una signora manda un raggio laser da Matera verso la Luna e mappa la sequenza, per calcolare la ricaduta di ritorno. Che lavoro poetico, vero? 
Il sistema è intitolato a Rocco Petrone, il figlio degli ultimi immigrati italiani a Ellis Island, che arrivano negli USA da Sasso di Castalda, un paesino sperduto della Basilicata che allora era ancora Lucania. Il padre trova lavoro come capostazione e, quando Rocco ha tre anni, muore per un incidente ferroviario. Anche Rocco, però, vuole lavorare con i treni: diventa ingegnere meccanico prima e assistente del primo ingegnere aerospaziale nato da immigrati; quando coordina il lancio del primo oggetto lunare conosce a memoria tutti i pezzi che compongono lo shuttle. 

Lo cito perché anche Rocco Petrone diceva che bisogna studiare tutte le fasi del lancio, anche quelle aborted, cioè quelle che non funzionano. Quando si fa un procedimento di management, in particolare quello culturale, bisogna tenere conto di tutte le potenzialità del fallimento

E bisogna coinvolgere i cittadini. Per esempio con la pinacoteca di Matera abbiamo portato dodici opere di Carlo Levi nelle case di dodici signore della città, che le hanno studiate e sono diventate le massime esperte dello stile espressionista che Levi ha maturato in Lucania. 
Lo abbiamo fatto come esperimento per capire se fosse possibile coinvolgere i cittadini a qualunque condizione e quale fosse la nostra capacità di portare un progetto culturale a una partecipazione al 100%. Bisogna scoprire ogni singola volta quali siano i limiti estremi di lavoro rispetto ai contenuti: non soltanto cosa possono fare gli operatori culturali, ma anche cosa sanno fare il pubblico e i media locali

Un prodotto culturale non è un prodotto industriale: è un prodotto altamente artigianale in cui tanti parti industriali producono qualcosa di unico, e questa unicità è una missione collettiva


Registrati alla newsletter

Segui Arianna, la newsletter di Feltrinelli Education per
non perdersi nel cambiamento: gratis, settimanale, per te!
Segui Arianna