Storytelling, l'empatia è l'ingrediente fondamentale

L'empatia è l'ingrediente fondamentale dello storytelling

Un buon comunicatore deve sapersi immedesimare nel proprio cliente come nel proprio destinatario: usando le emozioni possiamo costruire un'efficace relazione professionale e contenuti di successo, come spiega Emiliano Poddi

01/07/2021 , tempo di lettura 3 MINUTI
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“Se una quindicina d’anni fa, durante i primi corsi sull’uso dello storytelling applicato a contesti aziendali e professionali, metà del tempo serviva per giustificare la propria presenza, oggi l’uso di queste tecniche non è solo uno strumento per raccontare, ad esempio, la propria impresa, ma è anche prima di tutto uno strumento di analisi e conoscenza dell’impresa stessa”. Emiliano Poddi, scrittore, autore teatrale e radiofonico e docente del corso “Comunicare con le parole: scrittura, oratoria e storytelling”, racconta in questo modo che cos’è e come è percepito oggi l’uso dello storytelling nella comunicazione aziendale.


Per costruire una buona narrazione è necessario avere empatia: come si concilia questo con le necessità operative e di efficacia di una comunicazione professionale?

“Il presupposto necessario, ma non sufficiente, è che se vuoi tirare dentro la tua storia qualcuno, tu per primo devi calarti al suo interno. Se stai scrivendo un romanzo è più semplice: si tratta, di fatto, di scelte che gestisci in autonomia. Quando invece lavori per un’azienda o stai lavorando come ghostwriter è necessario trovare quali punti di contatto esistono - e ce ne sono sempre - tra la nostra esperienza e la storia che dobbiamo raccontare. Il resto, sotto forma di abilità tecniche, viene di conseguenza. Come diceva Raymond Carver, ‘le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste’: quando abbiamo in noi la sicurezza di aver capito il terreno su cui stiamo agendo, allora le parole diventano gli strumenti con cui costruiamo il viaggio in quel mondo per i nostri lettori”.


Qualche esempio di successo?

“Il primo che mi viene in mente e che cito sempre nei miei corsi è la relazione straordinaria che si è creata tra il tennista Andre Agassi e J.R. Moehringer, il giornalista che lo ha aiutato a scrivere la sua biografia, nonostante inizialmente non ne avesse l’intenzione. Per loro il terreno comune è stato l’aver avuto gravi problemi con la figura paterna. È stato un caso fortuito che però ha dato vita a una coppia particolarmente coesa, grazie alla reciproca identificazione, e che condivideva il desiderio di raccontare una storia”.


Che fattori entrano in gioco quando la comunicazione è orale invece che scritta?

"Premetto che il mio ambito di competenza è più il ghostwriting, ma in 15 anni di esperienza come docente della Scuola Holden, ho visto che nelle aziende è comune che ci siano persone che non devono scrivere o preparare presentazioni, ma il cui compito è più concentrato sull’esposizione di contenuti. In questo caso i punti di cui abbiamo parlato restano sempre validi e, anzi, la storia deve essere ancora più tua per essere in condizione di esporla in modo flessibile, adattandola magari a contesti differenti, e dare agli ascoltatori la sensazione di freschezza e spontaneità utile a coinvolgerli”. 


Dal punto di vista del lettore e, in generale, di chi fruisce di un qualunque tipo di comunicazione perché l’empatia è importante?

“Quando leggiamo un romanzo ciò in cui ci identifichiamo sono le emozioni che quel testo ci suscita più che le situazioni che racconta e che magari non abbiamo mai vissuto. Lo stesso accade con tutte le altre forme di comunicazione. Per questo un messaggio efficace è quello che è in grado di stimolare immedesimazione e di cogliere bisogni e desideri dei destinatari”. 


Perché iscriversi a un corso di questo tipo?

“Vedo principalmente due tipi di ragioni. Una, pragmatica, è che sta crescendo la necessità di figure professionali in grado di aiutare persone, imprese ed enti a raccontarsi e di conseguenza esiste uno sbocco lavorativo in espansione. Inoltre, mettersi nei panni altrui è un addestramento molto efficace nel momento in cui si ritorna a scrivere le proprie storie. Lo stesso Moehringer ha tratto dalla sua esperienza con Agassi alcune tecniche che ha poi riutilizzato per scrivere altre biografie nelle quali non aveva la possibilità di interagire direttamente con il soggetto di cui stava scrivendo. Ma anche in questi casi, oggetti, luoghi in cui queste persone hanno vissuto, simboli affettivi diventano canali per sintonizzarsi con i protagonisti delle proprie storie e, di conseguenza, con i chi le leggerà”.