La didattica oltre la contrapposizione tra presenza e distanza

La didattica oltre la contrapposizione tra presenza e distanza

Giovanni Biondi, presidente di Indire, spiega che oggi la didattica (e quindi l’insegnante) deve porsi un’altra questione: “Come si formano cittadini attivi e responsabili?”

20/12/2020 , tempo di lettura 4 minuti

Molti insegnanti identificano la didattica con la lezione e la loro professionalità con la capacità che hanno di spiegare, di “mediare” il libro di testo rendendo più facile agli studenti capirlo e studiarlo. Ebbene, questo non ha più senso, ha scritto Giovanni Biondi, presidente di Indire, su Vita.it, in un momento di grande trasformazione per la scuola con il ricorso forzato alla didattica a distanza a causa della pandemia.


Oggi la didattica, e quindi l’insegnante, deve porsi invece un’altra questione: “Come si formano cittadini attivi e responsabili?”.


Per molte famiglie, la parola didattica prima della pandemia faceva solo parte del vocabolario scolastico. Era qualcosa che riguardava solo insegnanti e addetti ai lavori. Improvvisamente, poi, la didattica è entrata nelle case nella declinazione di Dad, Didattica a distanza. Dividendosi quindi in due tipologie distinte: didattica in presenza, con le scuole aperte, e a distanza, con le scuole chiuse. Una condizione che in questi mesi ha diviso a loro volta anche gli stessi alunni di età e regioni diverse.

L’espressione Dad è stata così legata indissolubilmente alle tecnologie per superare la distanza tra studenti ed insegnanti. E la didattica a distanza è stata associata ad una soluzione di emergenza, quasi un male necessario.

La distinzione presenza-distanza è sembrata la discriminante centrale – spiega Biondi – per distinguere la strada principale da quella secondaria. Una strada secondaria accidentata e piena di buche, ma obbligata. Chi non era attrezzato, ed era la maggioranza dei professori oltre che degli alunni, ha dovuto acquistare l’attrezzatura e soprattutto imparare a usarla. E spesso quella strada accidentata è stata percorsa però nello stesso modo in cui veniva percorsa la strada principale. Con una didattica tradizionale, frontale, in cui si “spiegava” il libro.


Ma riproporre lo stesso modello frontale, la stessa liturgia fatta di lezioni ed interrogazioni ma usando webcam e computer, non poteva che risultare una esperienza peggiorativa – commenta Biondi.


Dopo questa esperienza è risultato chiaro a tutti che la didattica è fatta non solo di quel libro di testo, ma di una molteplicità di cose: di come si organizza il tempo ma anche lo spazio, l’ambiente, reale o virtuale che sia, degli strumenti e delle metodologie che si adotta, dei percorsi di apprendimento che si propone. L’insieme di queste scelte determina la qualità della didattica e dei risultati.

A scuola, spesso, si chiede agli studenti di imparare soprattutto ascoltando e leggendo. E questa è stata l’impostazione anche della maggioranza delle esperienze di didattica a distanza: lezioni on line e pagine da studiare, esercizi da fare dopo essere stati in collegamento con gli insegnanti.


Quindi cosa resterà dopo che questa pandemia sarà solo un ricordo, come tutti ci auguriamo? Le strade secondarie continueranno a essere percorse dai pochi insegnanti in cerca di nuove soluzioni e il traffico riprenderà sulla strada principale, quello della didattica in presenza dove non ci sarà più necessità del computer, della rete, delle piattaforme, delle password, delle webcam?


La strada maestra che siamo abituati a percorrere non è più adeguata agli studenti di oggi. Perché alle uscite autostradali ci saranno poi i caselli per entrare nel mondo del lavoro dove si pagherà un pedaggio sempre più pesante e dove si stazionerà spesso per anni perché non si hanno le competenze necessarie.

Forse a molti genitori tornare alla didattica in presenza potrà apparire una vera liberazione e li rassicurerà nello stesso tempo sul fatto che siamo tornati sulla via maestra che loro stessi hanno percorso. Ma il tema è proprio questo, dice Biondi: la didattica è la stessa di quella che hanno conosciuto quando erano studenti nel secolo scorso. Quando non solo non c’era Internet ma neppure i telefonini, la posta elettronica, l’alta velocità, le app e nemmeno i social. Insomma tutta quella radicale e profonda trasformazione della nostra società che ha influenzato profondamente anche le strategie cognitive degli studenti, quei “nativi digitali” che siedono oggi sugli stessi banchi e nelle stesse aule dei loro genitori.


Ma attenzione, non è l’uso o meno della tecnologia che cambia la didattica. Ma la metodologia: ripetere online le lezioni frontali non aiuta, anche se vengono usate le migliori tecnologie sul mercato.


La didattica – dice Biondi – non solo è la risposta che siamo in grado di dare agli studenti, ma è anche la risposta alla domanda che ogni insegnante si deve porre sulla natura delle conoscenze e delle competenze che oggi questa società richiede per esercitare una cittadinanza attiva e responsabile, per entrare nel mondo del lavoro, per avere un livello culturale adeguato a una società sempre più complessa. Ridurre tutto alla contrapposizione presenza-distanza è una semplificazione inadeguata.


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