Tito Boeri: "La globalizzazione è un alleato nella lotta alle conseguenze della pandemia"

“La globalizzazione è un alleato nella lotta alle conseguenze della pandemia”: intervista a Tito Boeri

Secondo l’economista, la cooperazione transnazionale e l’attenzione alle generazioni più giovani sono i due approcci chiave per superare le sfide economiche e sociali causate dall’emergenza sanitaria

01/03/2021 , tempo di lettura 6 MINUTI

La pandemia di Covid-19 ha cambiato le nostre prospettive individuali e globali, evidenziando sul piano macroeconomico problemi strutturali come la gestione dei movimenti dei migranti economici e la disoccupazione, specie di donne e giovani, che nel nostro Paese si è ulteriormente aggravata. 

Ma, secondo l’economista Tito Boeri, che sarà tra i docenti del corso “I fondamentali dell’economia: Stato, mercato, sviluppo”, le risposte alle nuove sfide conseguenti all’emergenza sanitaria potranno trovare una risposta più efficace se sapremo sfruttare positivamente la cooperazione globale e se saremo capaci di tutelare gli interessi dei più giovani.

 

Con la pandemia, qualcuno ha ipotizzato che la globalizzazione non sarà più la stessa o che comunque questa esperienza avrà un impatto importante sulla struttura dell'economia globale e delle economie nazionali. Qual è la sua opinione? 

Prima della pandemia era iniziato un parziale processo di deglobalizzazione, forse perché il processo era stato troppo accelerato e si erano verificate molte prese di posizione di singoli Paesi favorevoli a introdurre in qualche modo delle restrizioni alla libera circolazione di beni. Riguardo alle persone queste restrizioni esistevano già da tempo, diciamo che una globalizzazione dei movimenti migratori, in realtà, non c’è mai stata. 

La pandemia in sé non mi sembra che abbia spinto ulteriormente in questa direzione anche perché è un problema globale, che richiede un coordinamento globale tra Paesi, anzi rafforza di più l’esigenza di lavorare insieme e collaborare. Pensiamo anche solo al piano di vaccinazioni: se questo piano di vaccinazioni non viene realizzato, non solo all’interno di uno Stato, nella sua interezza, ma tra tutti i Paesi, o non coinvolge continenti come l’Africa, noi non risolveremo mai il problema di questa pandemia. Anzi rischiamo di dare spazio alla possibilità di avere delle mutazioni in grado di rendere magari il virus ancora più dannoso. Quindi abbiamo davvero bisogno di un approccio globale in questo momento e un governo globale delle scelte, anche politiche, che devono essere fatte è quanto mai necessario. 


Una delle componenti della globalizzazione è anche la mobilità dei lavoratori, oltre che delle merci, dei servizi e dei capitali: il tema dei migranti economici si intreccia con aspetti sociali e politici che in questi anni hanno dominato il dibattito politico. Come si può gestire questo aspetto?

Le politiche dell’immigrazione sono state forse le grandi assenti nel processo di globalizzazione. Mentre si liberalizzavano i flussi finanziari, mentre si toglievano molte protezioni al commercio dei beni e dei servizi, i Paesi hanno mantenuto delle forti barriere ai flussi migratori. Il fatto che ci siano delle restrizioni all’immigrazione si spiega con il fatto che ci sono degli effetti distributivi dell’immigrazione, soprattutto nel breve periodo, che possono essere indesiderabili e che comunque c’è un tempo che viene richiesto per integrare adeguatamente gli immigrati. 

È un fenomeno multidimensionale quello dell’immigrazione, che non è soltanto strettamente legato a quello che succede al mercato del lavoro o anche alle finanze pubbliche, ma che riguarda anche la nostra coesistenza, la coesione sociale, la cultura, l’identità. Sono tantissimi gli aspetti che vi rientrano. Io credo che sia fondamentale avere un approccio pragmatico a questi aspetti, scevro da ideologie e cercare di affrontare e favorire quello che è comunque un processo inevitabile perché finché avremo delle differenze così vistose nei livelli di reddito tra diverse parti del pianeta, ci sarà sempre una forte pressione delle persone a spostarsi, anche perché non hanno nessuna colpa se nascono in parti del pianeta che sono povere. Tuttavia bisogna però cercare di governare in qualche modo questi movimenti, farli procedere in modo graduale, trovare il modo di aiutare questi Paesi ad avere una crescita più rapida. Devo dire che, negli ultimi 30 anni, i divari di reddito tra Paesi Paesi più ricchi e Paesi più poveri si sono ridotti e questo è un fatto sicuramente positivo per la gestione del fenomeno dell’immigrazione. Bisogna fare molto di più, soprattutto con riferimento al continente africano.


La pandemia ha aggravato il problema della disoccupazione, colpendo ulteriormente donne e giovani: quali possono essere le strategie e gli strumenti nell'ambito delle politiche del lavoro che potranno aiutare la ripresa e anche contribuire a riformare il mercato del lavoro? 

È una domanda molto difficile. Sicuramente dobbiamo passare da una fase in cui davamo sostegno alle famiglie in modo abbastanza indiscriminato, cercando di arrivare rapidamente a loro, cosa che peraltro è riuscita solo in parte, a una fase in cui bisogna essere molto più selettivi. Noi vediamo che questa pandemia da punto di vista economico ha avuto degli effetti molto diversi tra diversi strati della popolazione: diciamo che tra le persone con il reddito più basso ha provocato un’ulteriore perdita di reddito in modo molto più massiccio che tra le persone che hanno un reddito più alto e che hanno potuto mantenere il proprio lavoro, magari lavorando anche da remoto o hanno avuto altre opportunità di reddito. Quindi dare degli aiuti indiscriminati a tutti rischia di far buttare via un sacco di soldi e di non aiutare adeguatamente le persone che sono maggiormente bisognose. Il problema è come riuscire a essere selettivi, come acquisire le informazioni che ti permettano di essere selettivi senza sprecare delle risorse pubbliche. Questa è la grande difficoltà del momento. Io credo che sia sicuramente necessario fare degli sforzi nel rivedere gli ammortizzatori sociali per andare a coprire alcune di queste fasce che sono state colpite in questa recessione, pensiamo per esempio ai lavoratori autonomi o a quelli delle piccole imprese. 

Per fare un confronto, la crisi del 2008-2009 aveva investito molto di più gli operai, il settore manifatturiero, gli uomini e le imprese più grandi, sulle quali le forme di protezione sociale più efficaci erano già presenti. Le categorie più colpite ora sono invece molto più abbandonate a loro stesse, guardiamo al lavoro temporaneo. E questo spiega la predominanza femminile negli ultimi mesi perché nei servizi sono soprattutto le donne che hanno dei contratti a tempo determinato e questo le ha rese chiaramente molto vulnerabili alla situazione che si è creata e al fatto che c’è un blocco dei licenziamenti. Un blocco dei licenziamenti vuol dire che non si rinnovano più i contratti a tempo determinato quindi questo spiega anche quello che è successo. Bisogna agire su questi aspetti e mi auguro che sia varata presto una riforma degli ammortizzatori sociali che ne tenga conto.

Mi sembra comunque interessante ricordare anche che il piano europeo per contrastare gli effetti della pandemia si chiama Next Generation Eu, un nome che in Italia non viene mai utilizzato. Il fatto che non si usi mai questo termine è significativo: dobbiamo pensare che questi sono soldi che noi dobbiamo utilizzare pensando soprattutto alle nuove generazioni, quindi è in quella direzione che noi dobbiamo pensare sia nelle riforme del sistema educativo, nel valorizzarlo, nel migliorare gli investimenti nel capitale umano, nel migliorare il funzionamento della nostra macchina pubblica, nel fare investimenti che siano veramente necessari, nel migliorare le condizioni di vita delle nostre periferie. Nel fare tutte queste cose abbiamo assolutamente bisogno di pensare ai giovani perché di loro ci siamo disinteressati per troppo tempo.