Quali economie hanno registrato i maggiori progressi sul fronte digitale nel 2020

Quali economie hanno registrato i maggiori progressi sul fronte digitale nel 2020

Nel 2020 Corea del Sud, Hong Kong e Singapore sono state all'avanguardia nella digitalizzazione. Ma l'Europa è più avanti nel rendere il digitale più inclusivo.

03/01/2021 , tempo di lettura 4 MINUTI

Nell’anno della pandemia, mentre l’economia globale subiva una contrazione superiore al 4%, la digitalizzazione ha avuto un notevole impulso, tra e-commerce, lavoro da remoto e didattica a distanza, riporta la Harvard Business Review
L’edizione 2020 della Digital Evolution Scorecard, realizzata dalla Tufts University’s Fletcher School in partnership con Mastercard, esamina - prendendo in considerazione quattro aree, cioè infrastruttura, domanda, ambiente istituzionale e apertura al cambiamento e all’innovazione - come questa accelerazione ha avuto luogo e quale è stata la performance dei diversi Paesi esaminati.


Sotto la lente

Il rapporto, che valuta 90 diverse economie, combinando 160 indicatori riferiti alle quattro macroaree, misura sia l'attuale livello di digitalizzazione sia l'evoluzione del tasso di digitalizzazione negli ultimi 12 anni. 
L’immagine che ne viene fuori è una matrice nella quale è possibile raggruppare i Paesi esaminati come “stand out”, “stall out”, “break out” e “watch out”, in base al posizionamento definito dall’incrocio dei due parametri.


In prima fila

Del primo gruppo - gli "stand out" - fanno parte Paesi come la Corea del Sud, Hong Kong e Singapore che hanno elevati livelli di digitalizzazione, ma che continuano a lavorare per progredire in questo campo. Nella classifica figurano anche Estonia, Taiwan, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

Ciò che li accomuna, in sintesi, è non solo un’attività che ha come obiettivo accrescere la digitalizzazione, per esempio tramite l’adozione di servizi digitali nei campi del commercio, dei pagamenti e dello svago, ma anche a politiche mirate sia al finanziamento di imprese nel settore sia a invogliare talenti e professionisti del settore tecnologico a lavorare nel Paese.


Gli inseguitori

I Paesi che rientrano nel segmento “break out”, come la Cina, ad esempio, sono Paesi che hanno delle infrastrutture digitali limitate, ma che stanno lavorando per accrescerle rapidamente. Di questo gruppo fanno parte Indonesia, India, Kenya, Vietnam, Bangladesh, Ruanda e Argentina che hanno investito, ad esempio, nello sviluppo della rete mobile, nel rafforzamento delle normative digitali, nella formazione di professionisti di settore e nel ridurre le disuguaglianze di genere, classe ed etnia nell'accesso agli strumenti digitali.


Alla ricerca dell'inclusione

Nella fetta chiamata “stall out”, invece, figurano quelle economie digitali mature - molte delle quali si trovano nell’Unione Europea - che hanno un minore slancio per quanto riguarda la progressione. In alcuni casi questo è dovuto anche a una scelta deliberata di rallentare per rendere la digitalizzazione più inclusiva. Qui le linee d’azione riguardano soprattutto le policy relative, ad esempio, per limitare gli "altipiani digitali" con ambienti normativi e mercati di capitali in grado di supportare l'innovazione continua o ancora per individuare nuove nicchie tecnologiche favorevoli all'innovazione.


Colmare il gap

Della quarta e ultima area, chiamata “watch out”, fanno parte invece Paesi, collocati soprattutto nell’Europa del Sud, in Asia, Africa e America Latina, che registrano carenze sia riguardo alla digitalizzazione attuale sia riguardo alle capacità di sviluppo futuro. In questi casi, le necessità più impellenti riguardano la crescita degli investimenti mirati a colmare le lacune di partenza, la creazione di una legislazione adeguata a garantire gli utenti, ma anche a favorire l’imprenditoria e la crescita di posti di lavoro nel settore, la promozione di collaborazioni e iniziative per aiutare le fasce di popolazione più svantaggiate nell’accesso ai servizi digitali e la promozione di strumenti, come ad esempio, quelli per il pagamento digitale, che risolvono problemi diffusi e pressanti e che quindi possono fare da catalizzatori che favoriscono il processo di modernizzazione. 


La digitalizzazione non è una panacea universale

Contestualizzando questi risultati nell’anno appena trascorso, la ricerca evidenzia come le economie digitalmente più evolute sono riuscite ad ammortizzare meglio l’impatto economico della pandemia: il dato medio indica che almeno il 20% della resilienza economica di un Paese è legato al suo livello di digitalizzazione, che produce una maggiore quota di Pil o contribuisce a garantire comunque un’erogazione efficiente dei servizi pubblici. 
L’effetto comunque non è universale: un Paese come la Gran Bretagna, nonostante l’alto livello di digitalizzazione, ha subito comunque un declino economico pari a quello di Paesi come l’India o il Ruanda, dovuto al fatto che una quota abbondante della sua economia è legata al turismo e a servizi che non possono essere svolti se non di persona.


Dati e privacy

Tra gli altri trend evidenziati dallo studio, vale la pena soffermarsi sulla gestione dei dati e la privacy: negli ecosistemi digitali più attivi, la combinazione tra privacy e uso dei dati è bilanciata in modo tale da fornire sicurezza ed efficienza agli utenti che, a loro volta, sono incentivati a utilizzare i servizi, definendo quello che è un circolo virtuoso per quanto riguarda il settore.

Al contrario, in quelle economie come Cina, Russia, Iran e Arabia Saudita, dove anche per motivi politici, la circolazione dei dati è limitata, dentro e fuori i confini nazionali, l’effetto a lungo termine è una riduzione della competitività di questi Paesi.


Un compromesso tra innovazione e inclusione

L’altro punto fondamentale è il rapporto tra innovazione e inclusione: come vedevamo parlando delle economie “stall out”, le politiche di inclusione, sebbene rappresentino dei modelli e degli standard che si stanno diffondendo globalmente, possono anche determinare, come effetto secondario, un rallentamento dell’innovazione. Va quindi trovato un sano compromesso per portare avanti queste politiche, valutandone l’impatto ed eventualmente gestendolo in modo da tale da evitare che risulti un freno. 

 


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