Cos’è il welfare culturale: l’arte per la salute e il benessere

Cos’è il welfare culturale: l’arte per la salute e il benessere

L’arte al servizio della comunità. È su questo che si fonda il concetto di welfare culturale che usa il patrimonio artistico per aiutare i malati e promuovere la ricerca

14/06/2021 , tempo di lettura 4 MINUTI
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Promuovere la salute e il benessere delle persone attraverso l’arte e il patrimonio artistico. È questo il concetto alla base del welfare culturale, un modello sperimentato da decenni in tutto il mondo che ha cominciato a diffondersi anche in Italia attraverso iniziative che mirano ad aiutare i malati di Parkinson e Alzheimer e a promuovere la ricerca. 

Cos’è il welfare culturale 

“Il Welfare culturale promuove un modello integrato di benessere degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”, spiega la Fondazione Symbola nel decimo rapporto Io Sono Cultura, realizzato in collaborazione con Unioncamere, Regione Marche e Istituto per il Credito Sportivo. 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità infatti alcune attività culturali, creative e artistiche risultano efficaci come fattore di promozione della salute e del benessere dei cittadini, di contrasto alle disuguaglianze di salute e di coesione sociale, di lotta alla depressione e al decadimento psicofisico, di inclusione e di empowerment per persone con disabilità o in condizioni di marginalizzazione o svantaggio. Possono inoltre completare e supportare i percorsi terapeutici tradizionali e la relazione medico paziente e mitigare alcune condizioni degenerative, come demenze e il morbo di Parkinson. 

Diversi studi dimostrano inoltre che le arti e la creatività riducono i livelli d’ansia e di stress e agiscono positivamente sui disturbi dell’umore, contribuendo ad abbattere i costi del welfare e aumentando il benessere sociale di tutti. 

Le Arts on prescription nel Regno Unito 

Il welfare culturale è sperimentato da oltre 30 anni nei Paesi scandinavi, in Canada e soprattutto nel Regno Unito dove “presuppone una relazione sistemica e sistematica di collaborazione fra professionisti di discipline diverse e, soprattutto, una integrazione di scopo fra i sistemi istituzionali della salute, delle politiche sociali e quello delle arti e della cultura”, si legge nell’Atlante della Treccani

L’esempio a cui guardare è soprattutto la Gran Bretagna dove sin dal 1994 è attivo il programma Arts on prescription (AoP) con il quale sanitari e assistenti sociali usano le arti per migliorare la salute e il benessere dei cittadini, consigliando a chi a bisogno attività non mediche (complementari a quelle mediche) che riescano a favorire lo sviluppo di condizioni di vita più sane e di un senso di comunità che va oltre il semplice vicinato, diventando supporto e integrazione. Nel dettaglio, nel Regno unito il primo esperimento di welfare culturale è stato lanciato 32 anni fa, utilizzando diverse attività creative - dalla pittura a visite guidate presso musei e siti culturali - per contrastare la depressione di livello lieve o moderato. 

Dal Parkinson all’Alzheimer: il welfare culturale in Italia 

In Italia il welfare culturale non è ancora altrettanto sviluppato, tuttavia da anni sono state attivate diverse iniziative che rappresentano un modello virtuoso a cui ispirarsi. La prima risale al ‘96, anno in cui la Provincia Autonoma di Bolzano ha lanciato alcune politiche culturali volte a migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini. 

Si tratta di percorsi “pensati e realizzati su scala locale, grazie alla collaborazione con il mondo della ricerca e alla partecipazione a reti internazionali”, spiega Symbola che nel suo rapporto cita tre progetti in particolare. Il primo è attivo dal 2013 a Bassano del Grappa e si chiama "Dance Well - movement research for Parkinson", una pratica artistica inclusiva, rivolta principalmente alle persone che convivono con il morbo di Parkinson, dando loro la possibilità di partecipare a classi di danza e ballare tra le opere artistiche del Museo Civico che “costituisce parte integrante dell’esperienza”, si legge nel rapporto. Il percorso artistico è stato costruito con la collaborazione di diverse strutture sanitarie “applicando varie strategie riabilitative, non ancora sostitutive della fisioterapia tradizionale, ma con effetti positivi sui sintomi e sulla qualità di vita delle persone con Parkinson”. 

Il secondo progetto citato nel report è il centro di ricerca internazionale Casa Paganini – InfoMus di Genova, un luogo di incontro che fonde ricerca scientifica e arte perseguendo due scopi: da un lato sviluppa “modelli computazionali del comportamento non verbale; sistemi multimediali innovativi; interfacce uomo-macchina multimodali; nuovi sistemi per la fruizione attiva di musica e contenuti audiovisivi; sistemi interattivi per musei; nuove interfacce e sistemi multimediali interattivi per terapia e riabilitazione”; dall’altro utilizza la ricerca come fonte d’ispirazione per musica, teatro e danza. Dal 2015 il centro collabora con l’ospedale Gaslini per ideare piattaforme di gioco per supportare i bambini in riabilitazione. 

L’ultimo progetto citato è quello condotto dai Musei toscani per l’Alzheimer, al quale collaborano professionisti di vari settori al fine di elaborare attività inclusive per le persone con decadimento cognitivo o disturbi del comportamento più importanti, coinvolgendo i carer. 

L’arcipelago urbano di Sara Ricciardi 

Nel panorama italiano del welfare culturale possono essere inseriti anche i progetti ideati dalla designer beneventana Sara Ricciardi che nel 2015 ha creato “arcipelago urbano”, un progetto di rigenerazione urbana volto a riqualificare grazie al design cortili e piazze situati nei quartieri più popolari di Milano. Sedute colorate, lampioni, piante, opere d’arte vengono posti in un contesto urbano allo scopo di stimolare i cittadini a condividere gli spazi e a relazionarsi tra loro, rafforzando il senso di comunità

Un altro progetto lanciato dalla designer è Ora, di cui Ricciardi parla in un’intervista rilasciata ad Artribune: “L’idea di fondo è sempre quella, la volontà di lavorare sulla formulazione di un rituale mattutino personale, che metta in relazione corpo, anima e mente. Ecco perché il nome ORA, da ora et labora (locuzione latina adottata dai benedettini che riassume il rapporto d’equilibrio tra preghiera e lavoro) a sottolineare quell’idea, non necessariamente religiosa, di trovare quotidianamente pratiche che siano volte alla concentrazione”. Il tutto allo scopo di migliorare il benessere delle persone.