Cringe: cosa significa? Lo spiega l’Accademia della Crusca

Cosa significa “Cringe”? Lo spiega l’Accademia della Crusca

L’Accademia della Crusca ha dedicato una scheda di approfondimento al termine “cringe”, ormai diffuso tra i giovani anche in Italia. Per non sembrare vecchi è meglio conoscerne il significato.

14/02/2021 , tempo di lettura 2 minuti

Rassicuriamo i lettori più tradizionalisti. No, la parola “cringe” non è entrata a far parte del lessico italiano. È semplicemente stata inserita tra le “parole nuove del 2021” dell’Accademia della Crusca, un elenco che contiene termini ed espressioni utilizzati talmente tanto da un elevato numero di persone da meritare che l'Istituzione spieghi cosa significano e quando vengono utilizzati. 

La stessa Accademia sottolinea che “se la redazione dedica una scheda di approfondimento a una parola non significa che ne sta promuovendo l’uso. Le schede sono pensate come strumenti di comprensione e approfondimento di una lingua, la nostra, che è in continua evoluzione”. 

Cosa significa “cringe”? 

Chi usa il termine “cringe”? Soprattutto i più giovani. Quando? Sui social network e in situazioni informali e, se non vogliamo apparire “vecchi” ai loro occhi, è meglio cercare di capire cosa vuol dire. 

Sia in italiano che in inglese “cringe” è usato spesso come aggettivo e talvolta come sostantivo, anche se tecnicamente sarebbe un verbo: da “to cringe”, “sussultare, piegarsi, irrigidirsi”. Viene utilizzato col significato di “imbarazzante” e descrive “scene e comportamenti altrui che suscitano imbarazzo e disagio in chi le osserva”, spiega l’Accademia della Crusca. Un padre che racconta al figlio barzellette che non fanno ridere “è cringe”, afferma Annalena Benini su Il Foglio, essere taggati su Instagram in una foto in cui siamo venuti malissimo può essere “cringe”, così come lo è assistere a una scena in cui parenti, amici o colleghi fanno una figuraccia davanti a tutti provando un senso di inadeguatezza e disagio

In Inglese il termine risale al XVI secolo ed è registrato anche nell’Urban Dictionary, il dizionario dei gergalismi, che fornisce la seguente definizione: “quando qualcuno si comporta o è così imbarazzante da farti sentire estremamente pieno di vergogna e/o imbarazzato”. Il portale Slengo parla invece di “un momento, una frase, una scena, un meme o una persona che creano imbarazzo e un leggero disagio in coloro che guardano o ascoltano” riportando come esempio la frase, “Fra, piantala di parlare, stai diventando cringe”. 

Perché si è diffuso tanto? 

Il successo di “cringe” è dovuto principalmente al web. Il termine viene infatti usato dai più giovani per commentare video e immagini imbarazzanti da quando, tra il 2015 e il 2016, sono diventati molto popolari alcuni video intitolati “Try not to cringe” - letteralmente “prova a non cringiare” - che mostrano scene ridicole e imbarazzanti. Su Tik Tok, all’hashtag #cringe sono associate 6,5 miliardi di visualizzazioni, su Instagram 23,3 milioni. 

“Nella nostra lingua, la parola cringe rimane legata al suo ambito d’origine e a un uso gergale prevalentemente giovanile, e non è registrata da alcun dizionario italiano; tuttavia è piuttosto diffusa in rete, sui social network e sulle piattaforme di streaming e video come YouTube e Twitch”, sottolinea l’Accademia della Crusca, spiegando anche come stiano cominciando a diffondersi anche diversi derivati di “cringe”: gli aggettivi “cringey” e “cringe-worthy”, il superlativo assoluto “cringissimo”, il participio presente “cringiante” e il sostantivo “cringiata”. 

La “cringe comedy” 

Esiste anche un genere cinematografico, la “cringe comedy”. Si tratta di film caratterizzati da un umorismo che spinge lo spettatore a ridere di cose molto imbarazzanti. Qualche esempio? Fantozzi è l’emblema del “cringe”, mentre la Crusca segnala anche “La peggior settimana della mia vita” di Alessandro Genovesi come film appartenente al genere. Sono “cringe” anche “Borat”, il film cult del 2006 con Sasha Baron Cohen, la famosa serie tv americana “The Office” e la storica sitcom inglese “Mr. Bean”.

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