Design thinking: la metodologia e le cinque fasi da seguire

Design thinking: la metodologia e le cinque fasi da seguire

Codificato all’Università di Stanford, è un processo di problem solving incentrato sulla persona e sulla risoluzione di problemi complessi, per la progettazione di prodotti, startup, software e servizi innovativi

16/02/2021 , tempo di lettura 4 minuti

Partiamo dalle definizioni. Il design thinking è l’insieme dei processi cognitivi, creativi e strategici usati per la progettazione di prodotti, startup, software e servizi innovativi.


È stato codificato attorno agli anni 2000 in California, all’Università di Stanford. Secondo la definizione che ne dà Tim Brown, ceo di Ideo, la società che per prima lo ha applicato in qualsiasi settore, “il design thinking è un approccio all’innovazione finalizzato a integrare i bisogni delle persone con le possibilità offerte dalle tecnologie e gli obiettivi aziendali”.


È una metodologia di problem solving, che si sviluppa tramite un processo incentrato sulla persona e sulla risoluzione di problemi complessi, con l’obiettivo di generare valore attraverso soluzioni innovative. Può essere applicato a diversi scenari: dall’ideazione di una startup alla ridefinizione dei processi aziendali, fino alla creazione di un prodotto o servizio. Ma in via generale può essere usato da chiunque abbia un problema da risolvere e necessiti di soluzioni creative per affrontarle, dal livello aziendale a quello personale.


Il processo si compone di cinque fasi:


1. Empatizza con gli utenti

La prima fase ha come obiettivo apprendere e raccogliere informazioni, attraverso sondaggi e interviste, sulle persone a cui ci si rivolge e sui loro problemi, in modo da avere abbastanza dati per identificare le loro prospettive.

2. Definisci i bisogni degli utenti e i loro problemi

Nella seconda fase vengono messe insieme tutte le informazioni acquisite e si analizzano i dati per ottenere una visione più dettagliata, identificare e definire problematiche ed esperienze comuni degli utenti.

3. Genera idee e soluzioni mettendo in discussione qualsiasi pre-assunto

La terza fase consiste in un brainstorming sulle informazioni delle fasi precedenti con lo scopo di trovare idee e soluzioni creative per il problema analizzato. Durante questa fase, è importante dare libero sfogo all’immaginazione del team per generare quante più idee possibili.

4. Crea dei prototipi per iniziare a realizzare le soluzioni
La quarta fase consiste nella creazione di soluzioni alle problematiche sotto forma prototipi economici per capire cosa funziona e cosa no, permettendo così di migliorare velocemente il prodotto in base ai feedback ricevuti.

5. Metti alla prova le soluzioni testandole

L’ultima fase è volta a testare quanto il prodotto realizzato sia in grado di risolvere il problema degli utenti, sottoponendolo alle persone a cui ci si rivolge per capire se il problema individuato nelle prime fasi è stato risolto e se rispetta le esigenze emerse.


Perché il design thinking funzioni bene, è però anche indispensabile un “team altamente eterogeneo”, spiega Leonardo Caporarello, professore associato di Practice di team management and negotiation alla Sda Bocconi di Milano. “Partendo da un punto di divergenza forte, attraverso questo processo di lavoro il team trova risposta al problema aziendale che è stato posto”. Se il team è composto da anime eterogenee che provengono da ambiti diversi, significa che si guarda allo stesso fenomeno da angolature differenti. E questo aiuta nel raggiungimento di soluzioni innovative, mettendo in discussione qualsiasi pre-assunto. Ecco perché serve alle imprese.