Il senso dello scatto fotografico, secondo Oliviero Toscani

Il senso dello scatto fotografico, secondo Oliviero Toscani

La fotografia è la più pura delle comunicazioni: fotografare non è prendere la realtà per oggetto, ma farla diventare oggetto, è riaggregare una a una tutte le sue dimensioni

Oliviero Toscani
09/03/2021 , tempo di lettura 3 minuti

La fotografia è come un esorcismo. La società primitiva aveva le maschere, l’aristocrazia i suoi specchi, la borghesia i suoi quadri. Noi nuovi artisti, oggi, abbiamo la fotografia.

Ormai il mondo crede molto di più alla realtà attraverso la tecnica fotografica che alla realtà vera, e noi creiamo e costringiamo il mondo con la tecnica. Attraverso l’immagine è il mondo che s’impone a noi e l’effetto sorpresa di questo capovolgimento è straordinario. La fotografia è il medium per eccellenza di quell’enorme pubblicità che il mondo fa di se stesso, che si fa con ciò che è messo per immagini, costringendo la nostra immaginazione a impegnarsi, le nostre ragioni a chiedersi, le nostre passioni a travestirsi, la nostra morale ed etica a domandarsi.

La gioia di fotografare è un’allegria oggettiva. Chi non ha mai fotografato seriamente non ha mai provato questo trasporto oggettivo dell’immagine, magari di mattina, in una città straniera, o in un deserto, o in mezzo alla folla, e non capirà mai niente della delicatezza delle cose che generalmente vengono considerate brutte.

Tramite l’immagine il mondo impone la sua discontinuità, il suo frazionamento; in questo senso la fotografia è la più pura delle comunicazioni, perché non simula né il tempo né il movimento, mentre tutte le altre forme d’immagini (cinema, video, sintesi eccetera) sono solamente delle forme attenuate dell’immagine pura e della rottura col reale. L’intensità della fotografia è commisurata alla negazione fisica del reale, all’invenzione di un’altra scena; è togliere al reale una a una tutte le sue dimensioni, il peso, il rilievo, il profumo, la profondità, il tempo, la continuità, e, ovviamente, il senso.

La fotografia acquista così questo potere di fascinazione. Per tale ragione il desiderio di fotografare viene da questa constatazione: dal punto di vista del senso, il mondo è molto deludente; visto però nel dettaglio fotografico, è sorprendente, è sempre di una perfetta evidenza.

Fotografare non è prendere la realtà per oggetto, ma farla diventare oggetto, è riaggregare una a una tutte le sue dimensioni, il rilievo, il movimento, l’emozione, l’idea, il senso e il desiderio per rendere meglio, per rendere più reale il tutto, vale a dire al meglio simulato, che è un controsenso totale in termini di immagine.

La tecnica fotografica stessa è presa nella propria trappola. La fotografia ha un carattere ossessivo, caratteriale, estatico e narcisistico, perché è un’attività solitaria. L’immagine fotografica è discontinua, puntuale, imprevedibile, irreparabile, come lo stato delle cose in un dato momento. Ogni ulteriore intervento di manipolazione della foto è un pentimento, che dà un carattere abominevolmente estetico.

L’oggetto o il soggetto deve essere fissato, guardato intensamente, e immobilizzato dallo sguardo. Non è lui che deve posare: è il fotografo che deve trattenere il suo respiro per fare il vuoto nel tempo e nel corpo.

I primitivi, i miserabili, le situazioni tragiche, il disumano sono più fotogenici e facili da riprendere. I visi sono complessi da fotografare, c’è solo un istante in cui si può cogliere l’essere, più banale o più mascherato, mostrando la sua vera identità segreta. Bisogna togliere tutto ciò che è facile virtuosismo fotografico, perché la fotografia vera è fermarsi su un’immagine, quindi fermarsi sul mondoQuesta suspense non è mai definitiva, e ogni fotografia è distinta da tutte le altre; è grazie a questo tipo di distinzione e di complicità segreta che la fotografia ha quell’aura che non ha, per esempio, il cinema.

È molto raro che un testo o un film si offra con la stessa evidenza, la stessa istantaneità, la stessa magia di un’ombra, di una luce, di una materia. È di questa immobilità che le cose sognano, è di questa immobilità che sogniamo. Qualunque sia il rumore e la violenza che la circonda, la foto restituisce l’oggetto all’immobilità e soprattutto al silenzioIl silenzio della foto è forse la sua qualità più preziosa, a differenza del cinema, della televisione, dei social, a cui dovremmo imporre silenzio, senza mai riuscirci.