La passione per il linguaggio: intervista a Flavia Trupia

La passione per il linguaggio: intervista a Flavia Trupia

Si può vivere di retorica? Le parole fanno bene o male? Quali sono le caratteristiche di un discorso che funziona? Parlare in pubblico è sempre pericoloso? Lo abbiamo chiesta all'esperta di retorica e public speaking Flavia Trupia.

Flavia Trupia
Flavia Trupia
02/05/2022 , tempo di lettura 5 minuti

Il segreto di un discorso efficace? Ce lo svela Flavia Trupia, mente (e voce) dietro perlaretorica.it, il primo sito italiano dedicato alla retorica, e amministratore dell'associazione Per La Retorica. 

Comunicatrice, docente, speaker, moderatrice, divulgatrice e autrice di libri e saggi per Franco Angeli ed Egea, nel 2016 ha vinto il premio Prodotto Formativo dell’Anno con la #GuerradiParole, uno scontro di retorica tra studenti universitari e detenuti. È stata ospite fissa del programma “Grandi discorsi” di Rai Storia e Rai 3 ed è stata ospite di “Buonasera Presidente”, condotto da Filippo Ceccarelli

È nostra docente del corso "Parlare in pubblico" e del laboratorio pratico di public speaking.


Intervista a Flavia Trupia

Molti dei nostri studenti sono in fase post-universitaria: lei ha studiato filosofia del linguaggio, come porta questa formazione nel lavoro di ogni giorno?

Quando ho studiato filosofia del linguaggio tutti mi guardavano pensando che avrei vissuto una vita di stenti. In realtà, la passione per il linguaggio - e non esattamente la retorica, che si studia pochissimo o per niente nelle università italiane - è diventata per me un mestiere. All’inizio perché ho lavorato in pubblicità, settore in cui questa passione mi è servita per esempio nelle presentazioni, e non soltanto quando dovevo occuparmi della parte più creativa, come trovare un titolo promozionale. Ora mi serve perché vivo di retorica. È il mio mestiere.


Perché la retorica rimane così importante oggi?

Per due motivi fondamentali. Esiste la retorica che serve per far volare le tue idee, ed è importantissima. Ci sono persone che hanno progetti fantastici ma li distruggono perché sono pessime nel raccontarli. È la persuasione. Nel bene e nel male, perché la retorica è neutra. 

E poi c’è la retorica-vaccino, quella che, se ne conosci le strategie, ti aiuta a difenderti dalla manipolazione e a usare queste strategie con consapevolezza: sai che con le parole puoi fare molto male, sai che puoi farti molto male e sai che ci possono essere delle conseguenze. 


Nel corso del tempo, la retorica ha assunto una connotazione quasi negativa e viene ora utilizzata soprattutto per riferirsi alla politica: ma è sempre così?

Ho attivato un servizio di Google alert per la parola “retorica” e ogni giorno, alle 9 del mattino, ricevo tutti gli articoli che la contengono. Nel 90% dei casi, il termine “retorica” viene usato con l’accezione negativa: la retorica che getta fumo negli occhi, che confonde le persone, che metti in campo quando non sai cosa dire. Una dicotomia che non esiste solo in italiano: anche in francese e inglese la parola ha questa doppia accezione. 

Ed è vero che la retorica è usata soprattutto in politica, ma quando Martin Luther King ha detto “I have a dream” faceva politica: e quella era una retorica positiva. Immaginiamo se quel giorno Martin Luther King avesse pronunciato parole “fuor di retorica”: “Dobbiamo portare avanti un progetto che dia la possibilità ai cittadini americani di origine africana e ai cittadini americani di tutte le altre origini che sono di pelle bianca di essere uguali e avere pari diritti”. Invece ha detto “Io ho un sogno. Che un giorno, sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero gli schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza”. Fa un altro effetto, no?


La retorica online funziona in modo diverso rispetto a quella classica?

Io non so cosa sia la retorica classica: quando Cicerone dice “Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”, con un incipit ex abrupto, che differenza c’è con quello che leggiamo su Twitter? Ovviamente cambia lo spessore del personaggio, l’ethos, ma sui social troviamo espedienti simili. Diciamo che c’è un linguaggio specifico che funziona sui social, quello della disputa a tutti i costi, che dai rapper viene chiamato dissing: ti manco pubblicamente di rispetto così che entrambi abbiamo un vantaggio di notorietà. Funzionano molto anche le fallacie, i pro e contro, ma sono strategie che funzionano anche al di fuori dei social, solo che qui vengono esasperate. 

Una cosa che senza dubbio mi stupisce, soprattutto dato il mio passato da pubblicitaria, è che un tempo si diceva che la cosa che fa notizia non è il cane che morde il padrone ma il padrone che morde il cane, mentre sui social molto spesso vince l’ordinario, nei testi e nelle foto. 


Alla voce si abbina sempre il corpo come veicolo del discorso. Quanto è importante saper “stare” mentre si parla e si comunica?

Il linguaggio del corpo è importantissimo, nonostante alcuni fraintendimenti del passato. Girava infatti una statistica, citata da uno studio poi dimostratosi fallace perché si applicava solo a un piccolissimo campione preso in esame, secondo il quale non è tanto importante che cosa dici ma come lo dici tramite il linguaggio del corpo. Questa cosa non è vera: basta pensare ai politici ma anche agli stand-up comedian o ai rapper. 

È però vero che quando parliamo in pubblico ci dimentichiamo di avere un corpo e pensiamo solo al Power Point che stiamo proiettando. Invece il modo in cui gesticoliamo e ci muoviamo dev’essere organico, deve accompagnare quello che diciamo. Un’altra cosa essenziale è ricordarci di guardare le persone mentre parliamo: troppo spesso durante un discorso si guarda solamente la persona che si ritiene più importante o da cui si cerca approvazione, ma per avere gli occhi del pubblico su di noi siamo noi per primi che dobbiamo guardare il pubblico, anche chi sembra distratto o poco convinto di quello che diciamo. 


Tre consigli per chi ha paura di fare un discorso in pubblico?

La prima cosa è essere consapevoli che il discorso va preparato in anticipo e, soprattutto, deve avere un inizio, uno svolgimento e una fine. 

La seconda è che un errore può diventare una formidabile occasione di comunicazione. Sbaglio qualcosa, il pubblico mi corregge e subito nasce un momento di interazione: “Grazie mille, sbaglio sempre questa cosa”, “Non ha fatto ridere? Quando l’ho scritta faceva ridere questa battuta”, “Se ne sta andando? È così noioso quello che sto dicendo?” e subito scateniamo una risata, otteniamo la simpatia del pubblico. 

La terza è non autocelebrarsi e non autoincensarsi. Non dire “io nasco”, non dire “siamo leader del settore”, non elencare le tue lauree: metti piuttosto in luce le competenze che puoi condividere con il tuo pubblico. 


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