Che cos'è Slack e perché potrebbe danneggiare la produttività

Slack è lo strumento giusto per lavorare nel modo sbagliato

Slack è diventato uno strumento di lavoro fondamentale nell’era Covid-19, ma siamo certi che lo scambio continuo di messaggi migliori la produttività?

11/01/2021 , tempo di lettura 4 minuti

Torneremo mai a lavorare in ufficio, trascorrendo gran parte delle nostre giornate a contatto con colleghi e clienti, o continueremo a usare quotidianamente Slack, Zoom e Google Drive, interagendo con gli altri attraverso lo schermo di un computer? La risposta per il momento non c’è ancora. È certo però è che la pandemia di Covid-19 ha stravolto il nostro modo di lavorare. 

Un nuovo mondo 

Smart working, telelavoro, lavoro agile sono diventati una realtà che anche nel periodo post-pandemico sarà difficile da scardinare. Per questo motivo tutti gli strumenti che consentono di lavorare a distanza sono ormai diventati imprescindibili. Lo ha capito in fretta Saleforce, società californiana attiva nel cloud, che a inizio dicembre ha comprato Slack realizzando il più grosso investimento della sua storia. Un'acquisizione da 27,7 miliardi di dollari che consentirà alla società di sfidare ufficialmente colossi come Amazon, Microsoft e Google, ma anche di prepararsi a un nuovo mercato del lavoro in cui il numero di smart worker continuerà a lievitare e i lavoratori avranno bisogno di tutti gli strumenti necessari per migliorare la loro produttività. Slack è uno di questi, ma siamo sicuri che sia la soluzione giusta? C’è chi, date le trasformazioni del mercato, si chiede infatti se il diluvio di messaggi che ci tiene costantemente in contatto gli uni con gli altri sia davvero il modo migliore per gestire il nostro lavoro.

Che cos’è Slack e come funziona

Slack è un software di messaggistica istantanea basato sul cloud, creato nel 2013 allo scopo di facilitare la comunicazione tra i dipendenti di un’azienda. È sufficiente lanciare l’app per ritrovarsi in una chat in cui i membri di un team possono inviare messaggi in un canale condiviso o in sede privata, condividere file, effettuare chiamate e via dicendo. In breve, attraverso un’unica piattaforma si possono effettuare diverse operazioni che fino a poco tempo prima avrebbero richiesto numerose e-mail e telefonate. 

L’idea è piaciuta talmente tanto che in pochi anni Slack è arrivata ad avere 12 milioni di utenti giornalieri attivi e 600 milioni di dollari di ricavi. Complice la pandemia, nel 2020 il titolo, quotato al NYSE, ha guadagnato l’88% superando i 24 miliardi di capitalizzazione. Grazie all’acquisizione di Salesforce, Slack potrebbe adesso fare l’ennesimo salto di qualità e competere con Teams, l’inarrivabile piattaforma di comunicazione che fa capo a Microsoft.

Siamo sicuri che sia il modo giusto di lavorare?

In un articolo pubblicato sul New Yorker, Cal Newport, professore della Georgetown University e autore del libro "Deep Work", racconta la storia di Sean, un imprenditore che qualche anno fa ha deciso di usare Slack per semplificare la comunicazione interna alla sua startup tecnologica. Attivato il software e trascorso qualche mese, il numero e il volume di messaggi giornalieri tra i dipendenti erano cresciuti talmente tanto da portarli all’esaurimento, distruggendo l’equilibrio del team e spingendo due ingegneri, ormai sfiniti, a licenziarsi. “In preda alla disperazione, Sean ha deciso di disattivare Slack” e a distanza di molti anni da quel momento, racconta Newport, il ricordo delle incessanti notifiche continua a tormentarlo: “Quando sento quel suono, ho i brividi”, dice.  

Newport riconosce il potenziale economico e professionale di Slack, soprattutto dopo lo tsunami innescato dall’emergenza Covid-19, ma si chiede anche se l’interazione costante tra dipendenti - e tra dipendenti e clienti - inaugurata dalle e-mail e proseguita con gli strumenti di messaggistica istantanea sia davvero la soluzione giusta per ottimizzare il nostro modo di lavorare. “Slack è arrivato come un analgesico digitale, curando più punti dolenti contemporaneamente”, si legge sul New Yorker, “ma nessuno si è fermato a chiedersi se questo effetto palliativo funzioni davvero”.

I dati forniti dalla società di software RescueTime stimano infatti che i dipendenti che utilizzano Slack, accedono alla chat in media una volta ogni cinque minuti, interrompendo il loro lavoro per controllare i messaggi. “Neuroscienziati e psicologi ci insegnano che la nostra attenzione si può focalizzare su un singolo compito alla volta e che il passaggio da una cosa a un'altra danneggia la nostra produttività”, spiega Newport. Secondo lui, monitorare un flusso continuo di comunicazioni mentre siamo impegnati su un progetto non può in nessun caso aiutarci a lavorare meglio.

Slack come opportunità

Quella del New Yorker non è però una condanna definitiva. “Se Slack, che migliora un approccio fondamentalmente imperfetto alla collaborazione, vale decine di miliardi di dollari, immaginate che valore avrebbe correggere i difetti sottostanti”, scrive l’autore. 

Slack deve essere dunque visto come un piccolo passo, un fenomeno transitorio all’interno di un percorso molto lungo che ci porterà a capire come lavorare insieme nell'era digitale e a dare un senso a un mondo del lavoro hi-tech caratterizzato da rivoluzioni molto più grandi, la prima delle quali riguarderà proprio la nostra capacità di comprendere come evitare di scambiarci così tanti messaggi, concentrandoci al meglio sul nostro lavoro.