Teresa Fornaro, la scienziata italiana che studierà se c’è stata vita su Marte

Teresa Fornaro, la scienziata italiana che studierà se c’è stata vita su Marte

Trentadue anni, una laurea in chimica e anni di ricerca in astrobiologia, anche negli Stati Uniti. Ha partecipato a un bando della Nasa ed è stata selezionata. A chi vuole studiare questa disciplina dice: “Non scoraggiatevi di fronte alla complessità”

08/03/2021 , tempo di lettura 4 minuti

Si chiama Teresa Fornaro, ha 32 anni, è una scienziata e ricercatrice di origini napoletane. E soprattutto è l’unica italiana scelta dalla Nasa tra gli italiani che analizzeranno i dati raccolti da Perseverance, la sonda che con la missione Mars 2020 è atterrata sul pianeta rosso il 18 febbraio.


Originaria di Brusciano, in provincia di Napoli, nel 2011 ha conseguito la laurea magistrale in Chimica con lode all’Università Federico II di Napoli. Dopo la laurea, ha proseguito poi nella ricerca con un dottorato in chimica all’Università Normale di Pisa, con una tesi sugli studi spettroscopici di sistemi molecolari rilevanti per l’astrobiologia


Successivamente è stata un post-doc all’Osservatorio Astrofisico di Arcetri (Firenze), per poi ottenere un postdoctoral research fellow al Geophysical Laboratory del Carnegie Institution for Science di Washington, negli Stati Uniti. Qui ha lavorato sull’interazione di molecole e minerali analoghi del suolo marziano per supportare le attività scientifiche dello strumento Sample Analysis at Mars (Sam) a bordo del rover Curiosity della Nasa, attualmente su Marte, e della missione ExoMars 2022 di Esa e Roscosmos.


Nel 2019 il rientro in Italia, dopo aver vinto un concorso per “Giovani ricercatori” ed essere stata assunta dall’Osservatorio dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Arcetri. Poi le è bastato partecipare a un bando della Nasa, ed eccola a studiare i frammenti che torneranno da Marte. 


“Sono una dei tredici Mars 2020 participating scientists selezionati in risposta a un bando della Nasa per entrare a far parte del team scientifico della missione insieme ai principal investigator e co-investigator dei vari strumenti, ai loro collaboratori e a un altro gruppo di ricercatori, i returned sample scientists, che selezioneranno i campioni da riportare sulla Terra con una possibile missione futura», ha spiegato Fornaro al magazine dell’Inaf. “Ognuno di noi ha proposto un progetto di ricerca che ha a che fare con uno o più strumenti a bordo del rover. Il bando è stato pubblicato a marzo 2020, la conferma è arrivata lo scorso novembre”.

La maggior parte degli participating scientists lavora negli Stati Uniti. Oltre a Teresa Fornaro, gli altri due scienziati scelti all’estero si trovano in Gran Bretagna, a Oxford, e in Canada. E il training, che avrebbe dovuto essere in presenza presso il Jet Propulsion Laboratory della Nasa, causa Covid si svolge da remoto. Tra problemi di fuso orario e teleconferenze continue. 

E da quando la sonda è atterrata su Marte, almeno per i primi 90 giorni circa il team di ricerca dovrà seguire il tempo marziano, che è diverso da quello terrestre perché il giorno su Marte dura 40 minuti in più. Quindi, ha spiegato, “ogni giorno slitterà l’orario in cui inizieremo le operazioni del rover il giorno successivo. Per noi in Europa inoltre c’è la differenza di fuso orario e anche più avanti, quando si passerà a orari lavorativi standard secondo il fuso orario californiano, dovremo lavorare anche di notte, facendo i turni tra vari membri del team per poter operare su Marte sette giorni su sette”.

Teresa è l’unica chimica tra un gruppo di astrofisici che dovranno studiare se c’è stata vita su Marte. “Imparo sempre cose nuove”, spiega lei. “Però non mi sento estranea ... anche perché grazie all’argomento di cui mi occupo, l’astrobiologia, in cui le mie competenze sono necessarie, ho trovato un terreno fertile e persone estremamente interessate all’utilizzo delle mie conoscenze per risolvere problemi di tipo multidisciplinare, dove appunto non basta solo l’astrofisica”.


E a chi studia chimica e vuole entrare nel campo dell’astrobiologia, dice: “Consiglio di provare questa strada. Non è facile ovviamente, però la multidisciplinarietà sta prendendo piede anche in Italia e l’astrobiologia è un campo che sta acquisendo sempre più interesse, con la creazione di corsi specifici su questa materia all’interno dei classici corsi di studio in fisica o in biologia. Materie multidisciplinari come l’astrobiologia consentono a chi ha esperienze di studi diversi, come nel mio caso, di poter entrare a far parte di un ente come l’Inaf che storicamente ha assunto principalmente astrofisici. Quindi il mio consiglio è quello di non scoraggiarsi di fronte alla complessità che ci si trova ad affrontare nel campo dell’astrobiologia ma di perseverare”.